venerdì 22 maggio 2009

Coppi, Bartali, una bottiglia di Perrier e la foto entrata nel mito


Milano - Quella di Vito Liverani è una vita dietro l’obiettivo. Ha iniziato giovanissimo, a 12 anni, a scattare foto e non ha mai smesso. Foto e sport, le sue passioni. Pugilato e ciclismo prima di tutto. Sport di fatica e di passione. Oltre a essere un guru della camera oscura, Liverani è anche il custode di uno dei segreti d’Italia. Dell’Italia sportiva, s’intende. La foto di Bartali e Coppi, quella del Giro di Francia del 1952, in cui si passano una borraccia. E nessuno sa chi la passi a chi. Un dubbio che fa discutere e litigare gli appassionati delle due ruote da più di mezzo secolo.

Liverani, la foto della borraccia è sua?

Innanzitutto precisiamo una cosa. Coppi e Bartali non si stavano passando una borraccia ma una bottiglia d’acqua, probabilmente di Perrier. Eppure si è sempre parlato di borraccia, sbagliando. Basta osservare con attenzione la fotografia e si vede che è una bottiglia.

Ma la foto ora ce l’ha lei?

Sì io gestisco lo sfruttamento dell’immagine per conto della moglie di Carlo Martini, il fotografo che la scattò. Ci tengo molto a precisare che la foto è stata scattata da lui, perché nel corso degli anni molti fotografi ne hanno reclamato la paternità, ma quella foto è di Martini. Non ci sono dubbi. Io lo conoscevo molto bene, presi il suo posto alla Gazzetta dello Sport.

Una foto storica e avvolta dal mistero.

In verità c’è poco di misterioso. Quella foto è stata creata. Martini si mise d’accordo coi due corridori e col direttore di gara per scattarla. Diede una bottiglia a un suo amico e gli disse di dargliela quando passavano.

E perché?

Per fare una foto diversa. A quei tempi noi fotografi ci tenevamo molto ad avere immagini diverse da tutte le altre. E’una foto creativa, bellissima, un’immagine che vorrei avere scattato io. Oggi una foto del genere sarebbe impossibile.

In che senso?
Nel senso che allora fra colleghi ci rispettavamo e non ci rubavamo le idee e le immagini. Se Martini la facesse oggi dietro di lui ci sarebbero una decina di fotografi a copiare la sua idea.

Mi tolga un dubbio. Chi ha passato la bottiglia. Lei lo sa. Certo che lo so. Ma non ho intenzione di dirlo. Basta avere il numero di “Un anno di sport del 1952”, costava 100 lire e aveva 100 notizie per cento pagine.

Un segreto economico direi… Peccato che immagino non sia più in edicola.

Io l’ho preso a un mercatino tanti anni fa. Un segreto che non è un segreto. Nella didascalia della foto di copertina il mistero è svelato. Sfortunatamente sono rimaste pochissime copie. Ma io non voglio rompere questo silenzio.

Non vuole proprio dirlo. Perché?

Per i tifosi e per tutto il caso che questa fotografia nel corso degli anni ha creato. Per il gesto. Durante una gara di quel tipo, a luglio, una bottiglia d’acqua è un bene prezioso, necessario. Martini gliel’ha fatta consegnare e loro se la sono passata. Un bel gesto. Non importa sapere chi l’ha passata per primo.

da IlGiornale.it

Massimo Fini: "La fantascienza siamo noi"


Milano - Massimo Fini ama sparigliare. Giornalista, saggista e polemista. Non pago ha voluto fare anche l’attore. Onnivoro e insaziabile ora si è pure messo a scrivere romanzi. Di fantascienza. Da domani è disponibile nelle librerie Il Dio Thoth, edito per i tipi della Marsilio.

Come le è venuta l’idea di un libro di fantascienza?
Questo è il mio primo romanzo ma in verità la struttura del racconto è molto antecedente. La prima stesura è del 1978 ma era un’opera ancora acerba.

Trent’anni dopo la trama è sempre valida?
Sì ma ho dovuto rimetterci molto le mani e poi certi elementi sono stati ripresi da film come Blade Runner, Matrix o Arancia Meccanica.

Il filone quindi è quello…
Il filone è quello della fantascienza orwelliana e del Mondo Nuovo di Huxley, quindi una realtà forzata ma di poco. Non ci sono né alieni né extraterrestri, per intenderci. La fantascienza siamo noi.

Quindi dalla cronaca del presente a quella del futuro possibile il passo è breve?
Diciamo che l’attualità è quasi fantascienza. Molte cose che nel 1978 sembravano fantascientifiche oggi non lo sono e sono reali. Per esempio il potere della virtualità rispetto alla realtà e l’informazione. In certe cose in questo libro, come in altri, ho precorso i tempi.

Una critica alla modernità e alla tecnologia?

Ce l’ho con certe degenerazioni. C’è gente che vive solo su Facebook e non riesce ad avere rapporti reali. Li capisco, perché nella virtualità non c’è il dolore. Ma anche chiudendosi in questi mondi poi il dolore riappare. Nel mio racconto tutti girano con le cuffie per ascoltare l’Ipod e per sentire le ultime informazioni, ogni istante.

L’informazione, appunto, è il tema principale.
Sì, ma non la buona o la cattiva informazione, l’informazione in quanto tale. Nel mio romanzo tutti lavorano nel mondo dell’informazione e quindi tutti ne fanno parte, contribuiscono a crearla. Le parole e le immagini sono diventate una barriera fra noi e la vita. L’informazione è uno degli strumenti più insidiosi della tecnica.

Fini ma vuole abbandonare la barricata e fare il romanziere?No. Questo libro mi ha permesso di trattare in un altro modo i temi classici della mia produzione. Non scriverò mai romanzi d’amore. Questo è il racconto di un uomo che è su un ramo di un albero e vede mentre lo stanno tagliando.

Nel suo libro il governatore del mondo è anche proprietario dell’unica testata giornalistica esistente. Non sarà mica Berlusconi?
Macchè! Il mio libro ha più a che fare con Eraclito che con Berlusconi. Non è assolutamente il premier, semmai almeno fisicamente somiglia di più a Scalfari. Ma non è nessuno dei due. Non c’è nessuna polemica nel mio libro. C’è solo qua e là qualche richiamo all’attualità. La mia tesi va oltre, io parlo della conoscenza che uccide se stessa.

Sbertuccia la società in generale quindi? Sì, al massimo c’è un discorso del governatore che in retrospettiva prende per il culo i talk show e certa nostra televisione.

Prima di chiudere l'intervista mi coglie un dubbio. Per sicurezza ricordo a Fini che l’articolo uscirà su un giornale on line. Insomma, roba di internet. Moderna. “Io non ce l’ho con la rete ma con l’informazione in generale”. Tiro un sospiro di sollievo ma lui riparte: “Certo quando comanderemo io e il Mullah Omar ti manderemo a lavorare nei campi”. Nei campi no, non sono il tipo, imploro. “Beh, allora ti toccherà fare il guerriero”. E scoppia in una risata. E’ fantascienza ma sembra un incubo.

Lisa Sotilis, una vita fra i colori


Milano - Un’esplosione di colori. Parlare, anche al telefono, con Lisa Sotilis è un’esperienza cromatica. Pareti dipinte con scene mitologiche, vestaglie colorate, gioielli, dipinti. E poi tutte le possibili nuances dell’essere artisti. Pittrice, scultrice, creatrice di gioielli e animatrice culturale. Nei favolosi settanta, ama ricordare, la sua casa milanese in via Dante era un cenacolo culturale. Catalizzava artisti da ogni parte del mondo. “Rudolf veniva da me a rilassarsi”, racconta con understatement la Sotilis, e il Rudolf in questione è Nureyev. Sarà l’origine greca, l’amore per il classico, la fascinazione per il colore, ma attraverso la Sotilis tutto diventa arte. Anche la sua vita. E’ stata l’unica assistente di Giorgio De Chirico e fino al 20 maggio è impegnata in una mostra a Urbino dedicata a lei e al grande scultore italiano.

Signora Sotilis, quale è stato il suo primo approccio con l’arte?
Il mio primo contatto con l’arte è stato precocissimo. Avrò avuto uno o due mesi. Mentre ero in braccio alle mie balie, ad Atene, mi distraevo sempre e cadevo. Ero attirata dalle vestaglie di mia mamma, dai loro colori e dai loro disegni. E ho iniziato subito a disegnare. Ero un enfant prodige. Mi avvolgevo con le vestaglie, giocavo coi colori. Non mi interessavano le bambole e i giochi.

La Grecia, una terra di sole e colori che non può averla lasciata inalterata.
Certo. I modelli e le visioni della classicità per me sono sempre stati fondanti. Gli auspici solari della mia terra sono stati fondamentali. Tutta l’ispirazione mediterranea, la Grecia, quindi, ma anche l’Italia, dove sono venuta per la prima volta a quindici anni. Una delle prime città che ho visitato è stata proprio Urbino, una città favolosa che mi ha trasmesso un’elettricità positiva.

Una carriera iniziata prestissimo, che ha incrociato i mostri sacri dell’arte del Ventesimo secolo.
Sì la mia carriera è iniziata molto presto e, in un certo senso, ho avuto la strada spianata. Già da piccola in Grecia ho vinto molti premi con le mie opere e poi a Berlino, a sedici anni, la svolta.

E una serie di incontri con uomini straordinari. Nureyev per esempio, per il quale ha anche disegnato dei gioielli.
Sì, Rudolph veniva spesso a casa mia a Milano. Era una persona molto particolare, sensibile. Dopo i suoi spettacoli amava venire da me per rilassarsi. Si metteva in pantofole, suonava il pianoforte, giocava coi miei molti cani. Una volta si è anche mascherato da Salomè, coi miei gioielli e i miei vestiti, e ha inscenato uno spettacolino atteggiandosi da diva. Era una persona eccezionale.

La sua dimora milanese era un ricettacolo di artisti.
Sì, erano gli anni settanta, un’esplosione di creatività e di energie positive. Sono passati tutti dalla mia casa in via Dante. Magritte era una persona di una modestia impressionante. Una volta a casa mia, con sua moglie Georgette, l’ho chiamato maestro e lui (la Sotilis inizia a riportare, parola per parola, il discorso di Magritte in perfetto francese. Nda) ha detto che l’unico artista che poteva fregiarsi di questo nome era Giorgio De Chirico. Si rende conto che persona modesta?

Sì, incredibile. Come tutta la sua vita e la sterminata aneddottistica. Mi parli di De Chirico. Lei è stata la sua unica assistente.
De Chirico era un persona fuori dalla norma. Di un umorismo incredibile che spesso non veniva capito. Scherzava sempre, ma lo faceva parlando sul serio e la gente non lo capiva. Era scherzosissimo. Per lui tutto era un gioco. Recitava sempre, indossava perennemente una maschera come quelle del teatro greco. E lui si stupiva del fatto che io ridessi delle sue dichiarazioni, che capissi quello che voleva realmente dire. Era un genio ed entrare nel suo mondo magico era concesso a pochi.

Come vi siete conosciuti?

Alla mostra di Berlino, nel 1965. Poi sono diventata la sua assistente. Giovanissima e unica assistente. Sì, nessuno poteva avvicinarsi alle sue opere, toccarle e vederle. Solo io. Era molto selettivo, rigoroso. Ho imparato molto da lui.

A questo punto ne approfitto. L’occasione è ghiotta. Mi parli di altri suoi incontri.

Bè, ero molto stimata anche da Salvador Dalì. Una persona originalissima. Mi aveva anche proposto di collaborare. Voleva fare dei gioielli con me.

E poi?

Non ho accettato, ero troppo giovane.

Ha rifiutato una collaborazione con Dalì?
Sì, lui era troppo famoso e io ero agli inizi non volevo cofirmare un’opera con lui. Non volevo approfittare della sua grandezza e della sua fama. Avrei dovuto collaborare anche con Andy Wahrol.

Si negò anche al guru della Pop Art?

No in quel caso la collaborazione non andò a buon fine a causa della sua prematura morte. Io e Andy eravamo molto amici, mi ha fatto dei ritratti e molte fotografie. Avremmo dovuto realizzare dei quadri con dei miei gioielli per il mercato giapponese.

Che tipo era?
Genialissimo e allo stesso tempo molto chiuso. Non era facile avvicinarlo, non legava facilmente. Era una persona molto originale, unica.

Lo sa che la sua è una vita straordinaria?
La mia è una vita normale. Per me è naturale vivere così. Magari per chi mi sta attorno è un po’ strano, ma io sono nata così.

Progetti per il futuro?

Tantissimi, sono ubriaca di progetti. Finita la mostra a Urbino devo andare in Giappone per cinque rassegne (dove stanno facendo un film su di me) e poi a Singapore e Hong Kong e poi tornerò in Giappone. La vita degli artisti è così.
da IlGiornale.it