giovedì 30 aprile 2009

Alacqua, un antiquario in vacanza nel mondo del poker


San Remo - Piglio da gentlemen, sguardo abituato a intercettare bellezze, arte e cultura. Gino Alacqua è un professionista del poker. Ma si aggira fra i tavoli da poker come un mecenate in una galleria d’arte. Nessuno sponsor attaccato sul blezer blu, nessuno strano copricapo e bando agli occhiali da sole. Un dandy nel mondo del texas hold’em. Molto più italiano che texano. All’apparenza più adatto al tavolo di “Regalo di Natale” di Pupi Avati che a quello di Pokermania. Ma è solo una questione di apparenza. Bluffa anche in questo. Un’arte. Tutto inizia dai quadri. Ma non quelli del mazzo da 52 carte. Una vita da antiquario nella Milano bene, fra mobili, dipinti e statue. E poi il poker, sempre presente come un fiume carsico, salta fuori e diventa la professione.

Alacqua, quando ha preso in mano il primo mazzo?

Tanti anni fa. Subito dopo il militare ho iniziato a giocare al poker classico, quello con cinque carte. Poi alla fine degli anni ottanta sono passato alla teresina. Ci incontravamo settimanalmente a casa di amici e giocavamo.

Un divertissment insomma?
Si, assolutamente. Solo un passatempo Anche perché al momento si occupava di tutt’altro. Certo, ero un antiquario e restauratore con tanto di licenza. E una passione per il poker e lo chemin de fer.

E poi cosa succede? Come si passa da antiquario di successo a campione di poker?
Succede che a casa di alcuni amici scopro l’esistenza del poker alla texana

Colpo di fulmine?
Assolutamente no. All’inizio mi sembra un gioco piuttosto stupido. Mano dopo mano, però, mi convinco che invece è divertente e intrigante e inizio a giocare sempre più spesso ma sempre a livello amatoriale. Il giro di boa è a giugno del 2006…

Cosa succede?
Un amico mi porta al Casinò di Sanremo per giocare un po’. Ma io non sapevo assolutamente che ci fosse un torneo di Texas Hold’em. A quel punto mi iscrivo, la quota era di 1100 euro, e gioco. Ma senza alcuna pretesa. Invece alla fine vinco, arrivo fra i primi tre, e mi porto a casa un piatto da 26mila euro.

Niente male. Lo stipendio medio di un anno di lavoro. Le ha fatto cambiare idea?

Non è una questione economica. Poco dopo, attorno a me arrivano fotografi e giornalisti, finisco sulle prime pagine di blog e riviste specializzate. E mi chiedo “ma cos’è questa roba?”. Senza nemmeno rendermene conto mi sono classificato per il campionato italiano e così faccio le altre quattro tappe. E i cassettoni, gli armadi e i dipinti? Inizio ad avvicinarmi sempre di più al mondo del poker. Nel 2007 decido di fare una prova. Mi prendo un anno sabbatico e poco dopo chiudo il mio negozio.

Abbassa la saracinesca?

Sì ma solo quella, la licenza ce l’ho ancora. Ma sa, il mestiere dell’antiquario è fatto di pubbliche relazioni, cene, incontri. E’ fondamentale il rapporto di fiducia che si crea fra il venditore e l’acquirente. Dal momento che io, fisicamente, non potevo più seguire la mia attività, ho preferito abbassare la serranda. Per il momento.
Beh, in questo caso il fattore economico avrà avuto un suo peso. Si guadagna di più coi mobili o con le carte?
Certo col poker si guadagna ma solo se vinci, altrimenti è una fregatura. Per partecipare alle tappe di un Ept, giocando da Novembre a Maggio, si spendono dai 75 agli 80mila euro. Non si finisce sotto solo se si arriva almeno a un tavolo finale, altrimenti sono più le spese che le entrate.

E quindi inizia a vincere seriamente…

Sì, mi sono sempre posto un limite: quando smetto di vincere, quando non ottengo più traguardi soddisfacenti torno a fare il mio mestiere. Nel 2007 a luglio ho vinto il main event a Campione d’Italia, nello stesso anno sono arrivato secondo all’Ept di Praga vincendo un piatto da 460mila euro e il 30 dicembre ho vinto un altro main event a Campione diventando, per risultati ottenuti, il miglior giocatore italiano nel mondo. Così rinnovo l’anno sabbatico per il 2008, altro anno di grandi vittorie e, a questo punto, ci riprovo col 2009. Che è già partito bene, a oggi, mi sono già seduto a quattro tavoli finali.

Alacqua, la sua è una biografia interessante e piuttosto unica nel panorama pokeristico. Ma c’è qualche punto di unione fra le sue due professioni?

Forse sì. Quando facevo l’antiquario dovevo sforzarmi di intuire se un quadro piacesse veramente al cliente che avevo davanti. Ora devo capire se la persona che è al tavolo con me bluffa o ha veramente delle buone carte da giocare.

Qual è la soddisfazione più bella di un giocatore?

Per me l’emozione più forte è quando dopo una bellissima mano, ti accorgi che i tuoi avversari non avevano capito quanto eri forte, quello che avevi in mano. E quindi li hai presi per il naso. Giocare bene è una soddisfazione e una grandissima gioia. Stessa emozione la si prova quando si vince con un grande bluff, quando al contrario in mano si aveva molto poco.

E se mi servisse un quadro?

Prima o poi riapro. Appena inizio a perdere interrompo il periodo sabbatico. Alla fine è come se fossi in vacanza nel mondo del poker.

(foto di Marco Brambilla)

da IlGiornale.it

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