giovedì 30 aprile 2009

Nessuno tocchi il panino. Lasciateci far "colazione" col kebab


Milano - Il rotolone che suda grasso e gira su se stesso come un derviscio, ormai ha colonizzato l’Occidente. Dove non è arrivata la parola del profeta c’è il kebab come baluardo dell’islamizzazione. Gustoso, speziato e sapido. Nessuno tocchi il panino. Un capodanno per i sensi e un cruciverba per la digestione. Calorico, certo, ma come tutto quello che nasce per essere consumato velocemente. Perché l’intingolo ottomano è, alla fine, la quintessenza dell’occidentalità. La versione politicamente corretta e un po’ terzomondista del famigerato Big Mac a stelle e strisce. Una battaglia culturale declinata in salsa gastronomica che si combatte nelle pance di tutti gli occidentali. E nessuno si è ancora cimentato in un “Supersize me” in versione arabeggiante, sennò chissà cosa avremmo visto.

Di notte lasciateci il kebab Ma fino alla settimana scorsa, prima che la regione Lombardia decidesse di stringere la morsa attorno ai cibi d’asporto, il kebab aveva un vantaggio. Almeno a Milano. I kebbabari sparpagliati qua e là per la città erano la mensa del popolo della notte. Lavati gli ultimi piatti nei ristoranti “regolari” per i tiratardi la scelta era obbligata: divorare il fagotto turco. Ai vampiri non rimaneva che affondare i denti nella speziata creatura nel Corno d'Oro. Poi, a spazzar via cipolle, salse con yogurt, aglio o peperoncino, ci avrebbero pensato tonnellate di citrosodina. Problemi della mattina seguente. Insomma, volenti o nolenti, l’unica certezza del nottambulo affamato era il kebab o, al massimo, gli episodici furgoni che dispensano panini con la salamella. E, fra le nebbie della Madonnina, doversi appellare ai minareti della Moschea Blu per riempire la pancia è un bel paradosso.

da IlGiornale.it

Alacqua, un antiquario in vacanza nel mondo del poker


San Remo - Piglio da gentlemen, sguardo abituato a intercettare bellezze, arte e cultura. Gino Alacqua è un professionista del poker. Ma si aggira fra i tavoli da poker come un mecenate in una galleria d’arte. Nessuno sponsor attaccato sul blezer blu, nessuno strano copricapo e bando agli occhiali da sole. Un dandy nel mondo del texas hold’em. Molto più italiano che texano. All’apparenza più adatto al tavolo di “Regalo di Natale” di Pupi Avati che a quello di Pokermania. Ma è solo una questione di apparenza. Bluffa anche in questo. Un’arte. Tutto inizia dai quadri. Ma non quelli del mazzo da 52 carte. Una vita da antiquario nella Milano bene, fra mobili, dipinti e statue. E poi il poker, sempre presente come un fiume carsico, salta fuori e diventa la professione.

Alacqua, quando ha preso in mano il primo mazzo?

Tanti anni fa. Subito dopo il militare ho iniziato a giocare al poker classico, quello con cinque carte. Poi alla fine degli anni ottanta sono passato alla teresina. Ci incontravamo settimanalmente a casa di amici e giocavamo.

Un divertissment insomma?
Si, assolutamente. Solo un passatempo Anche perché al momento si occupava di tutt’altro. Certo, ero un antiquario e restauratore con tanto di licenza. E una passione per il poker e lo chemin de fer.

E poi cosa succede? Come si passa da antiquario di successo a campione di poker?
Succede che a casa di alcuni amici scopro l’esistenza del poker alla texana

Colpo di fulmine?
Assolutamente no. All’inizio mi sembra un gioco piuttosto stupido. Mano dopo mano, però, mi convinco che invece è divertente e intrigante e inizio a giocare sempre più spesso ma sempre a livello amatoriale. Il giro di boa è a giugno del 2006…

Cosa succede?
Un amico mi porta al Casinò di Sanremo per giocare un po’. Ma io non sapevo assolutamente che ci fosse un torneo di Texas Hold’em. A quel punto mi iscrivo, la quota era di 1100 euro, e gioco. Ma senza alcuna pretesa. Invece alla fine vinco, arrivo fra i primi tre, e mi porto a casa un piatto da 26mila euro.

Niente male. Lo stipendio medio di un anno di lavoro. Le ha fatto cambiare idea?

Non è una questione economica. Poco dopo, attorno a me arrivano fotografi e giornalisti, finisco sulle prime pagine di blog e riviste specializzate. E mi chiedo “ma cos’è questa roba?”. Senza nemmeno rendermene conto mi sono classificato per il campionato italiano e così faccio le altre quattro tappe. E i cassettoni, gli armadi e i dipinti? Inizio ad avvicinarmi sempre di più al mondo del poker. Nel 2007 decido di fare una prova. Mi prendo un anno sabbatico e poco dopo chiudo il mio negozio.

Abbassa la saracinesca?

Sì ma solo quella, la licenza ce l’ho ancora. Ma sa, il mestiere dell’antiquario è fatto di pubbliche relazioni, cene, incontri. E’ fondamentale il rapporto di fiducia che si crea fra il venditore e l’acquirente. Dal momento che io, fisicamente, non potevo più seguire la mia attività, ho preferito abbassare la serranda. Per il momento.
Beh, in questo caso il fattore economico avrà avuto un suo peso. Si guadagna di più coi mobili o con le carte?
Certo col poker si guadagna ma solo se vinci, altrimenti è una fregatura. Per partecipare alle tappe di un Ept, giocando da Novembre a Maggio, si spendono dai 75 agli 80mila euro. Non si finisce sotto solo se si arriva almeno a un tavolo finale, altrimenti sono più le spese che le entrate.

E quindi inizia a vincere seriamente…

Sì, mi sono sempre posto un limite: quando smetto di vincere, quando non ottengo più traguardi soddisfacenti torno a fare il mio mestiere. Nel 2007 a luglio ho vinto il main event a Campione d’Italia, nello stesso anno sono arrivato secondo all’Ept di Praga vincendo un piatto da 460mila euro e il 30 dicembre ho vinto un altro main event a Campione diventando, per risultati ottenuti, il miglior giocatore italiano nel mondo. Così rinnovo l’anno sabbatico per il 2008, altro anno di grandi vittorie e, a questo punto, ci riprovo col 2009. Che è già partito bene, a oggi, mi sono già seduto a quattro tavoli finali.

Alacqua, la sua è una biografia interessante e piuttosto unica nel panorama pokeristico. Ma c’è qualche punto di unione fra le sue due professioni?

Forse sì. Quando facevo l’antiquario dovevo sforzarmi di intuire se un quadro piacesse veramente al cliente che avevo davanti. Ora devo capire se la persona che è al tavolo con me bluffa o ha veramente delle buone carte da giocare.

Qual è la soddisfazione più bella di un giocatore?

Per me l’emozione più forte è quando dopo una bellissima mano, ti accorgi che i tuoi avversari non avevano capito quanto eri forte, quello che avevi in mano. E quindi li hai presi per il naso. Giocare bene è una soddisfazione e una grandissima gioia. Stessa emozione la si prova quando si vince con un grande bluff, quando al contrario in mano si aveva molto poco.

E se mi servisse un quadro?

Prima o poi riapro. Appena inizio a perdere interrompo il periodo sabbatico. Alla fine è come se fossi in vacanza nel mondo del poker.

(foto di Marco Brambilla)

da IlGiornale.it

mercoledì 22 aprile 2009

Sanremo fa "all in": capitale del poker



nostro inviato a Sanremo


Sanremo città dei fiori. Ma anche dei quadri, dei picche e dei cuori. La cittadina rivierasca ormai può appuntarsi all'occhiello anche il primato di capitale europea del poker. Dal 18 al 23 aprile fa tappa in Liguria lo European Poker Tour di PokerStars.it. Millecentosettantotto pokeristi, professionisti e appassionatim, arrivati da tutto il mondo, per contendersi un montepremi che supera i 5 milioni di euro. Un milione e mezzo finisce direttamente nel portafogli del primo classificato. E sono tutti pronti, con cappellini, sciarpe e occhiali da sole. (Guarda il servizio di StudioAperto)

Facce da pokeristi
Oggi il Texas hold'em è il poker più giocato in tutto il mondo. Semplice, divertente e di moda. Il salone del Casinò di San Remo è invaso da un migliaio di appassionati. Facce da Texas Hold'em. Giovani e anziani, donne e uomini. Cappellini variopinti, auricolari, occhiali da sole per non tradire lo stupore davanti a una mano fortunata. Facce strappate a sceneggiature. Ognuno con una particolare liturgia scaramantica. Una geografia umana varia e pittoresca, che non delude le aspettative televisive. E ci trovi tutti. Dal mancato farmacista all'ex mercante d'arte. Ma facciamo un passo indietro.

"Sportivo? Sì gioco a poker" Un lampadario che scende basso su un tavolo verde mentre si alzano nubi di fumo e tintinna il ghiaccio nei bicchieri pieni di whisky. Per anni il poker è stato solo questo, almeno nell'immaginario. Un vizio, alla stregua di alcol e tabacco. C'erano il calcolo, la psicologia e la strategia, certo, ma finiva sempre per rimanere chiuso nel recinto dei giochi d'azzardo. Niente a che vedere con lo sport.

Il poker col cappello da cowboy Poi arriva il Texas hold'em e cambia tutto. Si gioca con un mazzo da cinquantadue carte francesi, due carte per ogni giocatore e cinque comuni scoperte sul tavolo. E, almeno il tavolo, rimane sempre dello stesso colore: verde. Una versione diversa dal poker classico, quello col ventaglio di carte in mano, cugina della teresina ma molto più spettacolare. E, infatti, in breve tempo il poker si sposta dai retrobottega dei Bar sport direttamente agli studi televisivi. E inizia la mitopoiesi.

da IlGiornale.it

venerdì 3 aprile 2009

Che fine ha fatto Carmelo Bene?


Milano - Sette anni fa si spegneva la parabola teatrale di Carmelo Bene. Sette anni in cui la cavea della grande e folle "macchina attoriale" è rimasta semivuota. Qualche pagina web in sua memoria, una manciata di video su Youtube delle sue memorabili comparsate televisive e qualche libro. Una vita controversa, sbilenca e geniale, quella di Bene, vissuta nell'acme dell'invettiva, ossessionata dalla destrutturazione e dallo sconvolgimento delle masse. Inaudito e antidemocratico, innovativo e coltissimo. Non poteva che essere frainteso. Non poteva che dividere la platea. Per qualcuno un genio assoluto, il più grande attore del 900, per altri un ciarlatano, millantatore di culture inesistenti e squartatore di testi sacri. Pornografico e blasfemo.

Genio degenere Carmelo Bene era parlato, recitava, i testi e se stesso, come posseduto da un demone inarrestabile. Il degenere, nel teatro beniano, era l'unico modo possibile di interpretare i copioni marciando sui luoghi comuni dell'interpretazione teatrale. Un viaggio all'interno della recitazione che lo porterà a cimentarsi coi testi classici per squartarli e poi ricucirli, imbottiti della sua interpretazione. Fino ad arrivare alla fase "concertistica" della sua carriera. Le interpretazioni magistrali declamate davanti a grandi platee, modulando e amplificando la voce. Nel 1981, con la Lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli di Bologna, porterà i canti della Divina Commedia davanti ad un pubblico di oltre centomila persone.

La parentesi cinematografica E poi l'esperienza cinematografica, breve e rivoluzionaria. A partire da Nostra signora dei turchi film choc, girato con pochi spiccioli, fuori da ogni logica cinematografica. Film "inguardabile" che strapperà anche il premio speciale della Giuria del Festival di Venezia ma provocherà tumulti nella sale e fra i critici. Poi Capricci nel 1969, Don Giovanni del 1971, Salomè e Un Amleto di meno (del 1973). E qui si perdono le orme degli sperimenti beniani con la settima arte. Nonostante le richieste di fan e critici (Enrico Ghezzi fra tutti) non si cimenterà più con la pellicola e abbandonerà "la pattumiera di tutte le arti" (come chiamò il cinema nel libro intervista con Giancarlo Dotto).

Cinema, teatro e vita Il personaggio CB scompare nel marzo del 2002. Alle sue spalle mari d'inchiostro, detrattori e aspiranti agiografi. Fra i critici, da lui appellati - nei momenti migliori - parvenu, i più grandi estimatori della sua opera rimangono Gilles Deleuze e Pierre Klossowski, che proveranno a studiare e sezionare l'arte beniana. Sarà proprio la Francia, infatti, a tributargli i massimi riconoscimenti e a nominarlo "chevalier des lettres e des arts".

Da Dante a Maurizio Costanzo Rimangono, per i più giovani, le provocatorie comparsate al Maurizio Costanzo Show, appendici catodiche di una cometa che stava per spegnersi. Arte travestita da follia che testimonia una vita bruciata fra eccessi di ogni tipo, vissuti e sbandierati come pezzi di copione, letti "gremiti di donne", eccessi di alcol, droga e violenza per poi tornare, sempre, allo stupefacente teatro. E ora sembra scomparso. Ma forse, benianamente, non è mai esistito.

da
IlGiornale.it