lunedì 2 febbraio 2009

Lasciateci fumare (Elogio della vita in fumo)


Non la si negava nemmeno ai condannati a morte, ora ci condannano a vivere e con la sigaretta spenta. Un rotolino di tabacco incandescente fra le dita, una voluta di fumo che si allontana dalla nostra bocca. La sigaretta è un simulacro. Appaga e perferziona lo spirito prometeico, dell'uomo che ruba il fuoco e lo tiene fra le mani senza bruciarsi. Lo trasforma in piacere, volatile ed inconsistente, come l'idea che non trova la strada per corrompersi in parola. La sigaretta, a differenza della canna, è un piacere solitario, da consumare fra sé e sé, e rimane tale anche quando la si fuma in gruppo. C'è chi se la guarda mentre la fuma, fissa la punta che si illumina di brace e ascolta il fumo che gli scorre nei polmoni, c'è chi se la fuma veloce con la violenza di chi vorrebbe prendere a calci la vita ma non ce la fa. Non per niente, legge Sirchia nonostante, nelle carceri il fumo non è vietato, altrimenti sarebbero rivolte ogni giorno che Dio manda sulla terra. C'è chi la tiene stretta fra le labbra e chi la appoggia con voluttà, chi se la lascia cadere dall'angolo della bocca e chi la stringe fra i denti.

Ognuno ha un suo modo di celebrare il tabacco, le donne diverso dagli uomini, gli occidentali dagli orientali. La sigaretta fra le labbra di una donna è una prova inconfutabile dell'esistenza di Satana. I rimandi, le allusioni, dalla mano alla bocca. La sigaretta sospirata, voluttuosa, in certe donne possiede ancora l'ombra fascinosa e trasgressiva delle donne che fumavano col bocchino (che il nome non sia casuale?). Invertire la grammatica sessuale del fumo ha effetti disastrosi, la donna che fuma come un uomo è ributtante, e patisce tutti i difetti del fumatore.
La femminilità è lieve come il circuito del fumo nella sua ascesa. Le simmetrie del volto che riappaiono da una nuvola di fumo, lo sguardo celato dal velo che la sigaretta ha issato in mezzo al tavolo di due innamorati sono particelle di poesia.

C'è la sigaretta fumata in pausa pranzo, veloce, nervosa. La sigaretta che gratifica e appaga, quella che arriva come ricompensa fra le coperte o fra le scrivanie di un ufficio.
C'è la sigaretta che ti consola. C'era la sigaretta al ristorante, dopo il caffé, quella irrinunciabile, che accompagna la convivialità. C'è la sigaretta, che viene dopo una sigaretta e prima di un'altra sigaretta, quella della rabbia, della noia, della tristezza.

La cultura si declina anche nel modo di fumare, in Occidente si fuma velocemente, sovrappensiero. Basta attreversare il corno d'oro e si scopre un altro modo di fumare, un'altra concezione del vivere. Come nota Ernst Junger l'orientale che fuma il narghilé è una rappresentazione diversissima, speculare, dall'occidentale che fuma una sigaretta. Sprofondati nei tappeti ho visto turchi impegnarsi nel fumare, abbandonati solo a quello che stavano facendo. Se ti abbandoni al fumo del narghilé, i sensi si ottundono, l'aria che rimescola l'acqua alla base della pipa suona come un mantra e il pensiero si fa lento (forse il mio era oppio?). Nella cultura orientale il fumo è un piacere irrinunciabile al quale ci si deve concedere totalmente, al di là dei limiti del tempo.

La sigaretta può essere una necessità. Un pomeriggio di Luglio a Roma, con un caldo che non lasciava spazio al respiro, ad una riunione di gente che si compiaceva di credersi comunista, ho visto una donna fumare una sigaretta dopo l'altra, attaccata al filtro come il malato che dipende dal respiratore.

Fumare una sigaretta è come raccontare qualcosa di sé. In un covo di gente che si credeva fascista ho visto un vecchio lenone, fumare senza aspirare, soffiando via il fumo denso, pesante, allontanadolo da sè con l'aria di chi vuole spingere via un passato scomodo.
"La morte sta nascosta negli orologi", diceva il Belli, e accendersi la sigaretta, a volte, è come fermare la lancetta dei doveri per concedersi a sé stessi, come tracciare una linea di demarcazione fra quello che si deve e quello che si vuole fare. E' un atto di libertà e di vita. Di chi ama la vita così tanto da consumarla, sprecarla, bruciarla. E' la sigaretta maledetta. Il fumo è il più presentabile e tollerato (ancora per poco) dei vizi, e la sigaretta in mano a certe persone è il primo dei vizi che mette la testa fuori dalla porta per far uscire gli altri.

Oltre a tutto questo, la sigaretta è molto altro. Fra le dita di Drieu La Rochelle, mentre accarezza un gatto seduto sulla poltrona di un lussuoso salotto, è puro dandismo. Strappare la sigaretta dalle mani a certe icone significherebbe distruggerle. Cosa sarebbe stato Humphrey Bogart senza la sigaretta in bocca? E il commissario Maigret senza la pipa appoggiata nel palmo della mano? Nemmeno Gigen e Braccio di ferro senza sigaretta e pipa sarebbero gli stessi.

Il fumo era un piacere democratico, dalle sigarette sfuse alle pipe fatte a mano e agli humidor, tutti si potevano concedere in forme diverse il lusso di bruciare un pò del loro denaro. E' quasi impossibile trovare una foto di Pablo Picasso senza la sigaretta fra le dita, e persino Oriana Fallaci nelle foto in bianco e nero di trent'anni fa, sempre con la sigaretta, risulta affascinante.
"Non capisco come sia possibile non fumare -diceva Thomas Mann-, è come rinunciare alla parte migliore della vita". Oggi pochi personaggi pubblici si esprimerebbero così.
Eppure nonostante non passi giorno che io non stramaledica la legge Sirchia, forse è meglio così. Gli anatemi stampati sui pacchetti, oltre a portare sfiga, potrebbero concorrere alla scomparsa del pacchetto di sigarette in favore del portasigarette. Il pacchetto, deforma (alla Gigen), e con quella sua marca stampigliata e visibile, è uno dei paradossi della comunicazione involontaria. Non si capisce perché il consumatore sia l'unico essere che paga, invece di essere pagato, per fare pubblicità.

Le scritte menagrame sui pacchetti, i divieti attaccati come manifesti funebri in tutti i locali, stanno riconsegnando al fumo una dimensione libertina e trasgressiva che il consumo di massa aveva sbriciolato. Il libertino senza divieti che cosa infrange?

Il fumo è dissolvenza, la trasfigurazione gestuale del cupio dissolvi. Fra le dita di alcuni diventa voglia di sprecare una vita anodina nella spirale del piacere, dell'effimero. E' il gesto gratuito di chi baratta la salute per il piacere, la vita osservata per la vita vissuta.

La crociata contro il tabacco è entrata anche in chiesa, e, negli Stati Uniti, alcune chiese offrono messe "incense free". A differenza del vino, il tabacco in chiesa è sempre stato straniero. Ci si immagina il parroco in sacrestia che beve un bicchiere di vino dimentico che sia sangue di cristo; difficilmente ce lo si figura con una sigaretta. La sigaretta è peccato, più del vino. Perché non disseta, non nutre. Non serve a niente, se non a un piacere nascosto ed incomunicabile.
Perchè il vero piacere non sfoglia il dizionario per specchiarsi in una parola, è sensuale e quindi tremendamente soggettivo, non si può comprendere ma solo intuire.

(Una riflessione di qualche anno fa, sempre valida)

1 commento:

Ferdinand Personne ha detto...

Non ho mai letto un elogio della sigaretta tanto affascinate, complimenti.