sabato 3 novembre 2007

In giro per le baraccopoli Rom, qualcosa di quello che è rimasto fuori dalla pagina

Suona il telefono. Mi chiedono di fare un giro per le baraccopoli dei rom di Milano. Incontro il fotografo alla stazione nord della Bovisa alle dieci del mattino. Prendiamo in mano la cartina della città e decidiamo di partire da via de Pisis, zona Euromilano. Ci scontriamo subito col primo problema. Le baraccopoli sono invisibili. Nascoste dietro cumuli di detriti, occultate in mezzo a discariche, sistemate in zone di smesse, le baracche sono l'altra faccia delle metropoli.
Un reticolato alto poco meno di due metri divide due infanzie. Da una parte i bambini italiani che giocano in un parchetto pulito e preciso, dall'altra i piccoli rom, sporchi e affamati, che corrono fra il fango e i detriti. Il nostro viaggio parte da qui, una manciata di baracche costruite con gli avanzi del primo mondo: lamiere arrugginite, cartoni, scatole e barattoli. Ci infiliamo fra un cancello e una siepe, in un punto dove la maglia di ferro del reticolato è stata forzata, e camminiamo verso le baracche, in un paesaggio surreale. A lato i binari immoti della ferrovia, davanti a noi una distesa di spazzatura, pozze di fango e cespugli. Con un pò di titubanza ci avviciniamo a quattro baracche. Cosa dire, come presentarsi, cosa fare. Non ci sono porte da bussare, campanelli da pigiare. Chiedere "scusi posso entrare in casa", sembra una non troppo velata presa per il culo. E poi, magari, ci prendono pure a coltellate. Non si può dire di non averlo pensato. Poi esce un bambino, con gli occhi che ridono prima che la mimica facciale si sia accordata, un bambino normale come possono essere normali i bambini che vedi fotografati sulle scatole delle elemosine per qualche gruppo di missionari. E tutto si sfarina. Da dietro una collinetta sopraggiunge una donna, la mamma, e ci viene incontro. "Cosa volere? Chi essere?"
"Giornalisti, siamo giornalisti. Vogliamo solo parlare un pò con lei". Dopo qualche commento non proprio lusinghiero sulla categoria professionale, la donna decide di raccontarci qualcosa. Le parole cadono come frammenti di un discorso che sarebbe comunque ellittico. Romania, rom, fame, povertà, elemosina, soldi, prigione. Queste sono le tag di un discorso comune a tutti gli abitanti delle favelas. Eppure nessuno di loro prende neppure in considerazione l'ipotesi di tornare a casa. E non si puo dire che vivano bene, in Italia.
Ma anche lo squallore della sistemazione provvisoria conosce varie declinazioni. Poche ore dopo, siamo nel campo nomadi autorizzato di Muggiano, assieme a tre pattuglie dei Carabinieri.
Varchi il cancello e hai subito tutti gli occhi addosso. Ostilità, mista a schifo. Qui al posto delle baracche ci sono delle villette, tutte un pò posticce, che ricordano quei cartonati che dovevano sembrare palazzi nei vecchi western. Si affaccia dal cancello il muso di una delle macchine dei Carabinieri e inizia il fuggi fuggi. Chi si infila dentro casa, chi interrompe quello che stava facendo per iniziare, con ostentata naturalezza, una qualche altra occupazione. E i cartonati da western trovano le loro comparse. Nel silenzio della strada velocemente svuotata, rimane lo scoppietìo di un motore diesel di grossa cilindrata. E' un camion con una mancina. Vuoto. Chi lo stava utilizzando per potare gli alberi se ne è andato, così in fretta da non avere neppure il tempo di spegnere il motore. Una chiamata alla centrale e l'ipotesi si trasforma in certezza: il furgone è rubato. E continua tutto così, in bilico fra legalità e illegalità. Ma poi, alla fine, è tutto nell'articolo...

2 commenti:

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e