lunedì 31 dicembre 2007

Per Franco Battiato "Niente è come sembra"





Niente è come sembra. Non è detto che un DVD, contenuto in una custodia da DVD, contenga un film. Non è detto che un lungo metraggio presentato al Festival del Cinema di Roma, che come dice il nome si occupa di celluloide e non di frutta e verdura, distribuito in un elegante cofanetto della Bompiani con su scritto "un film di Franco Battiato", recensito dalle principali riviste cinematografiche italiane e presentato in molte sale cinematograficge, non è detto, dicevo, che sia un film. E se non fosse per il cipiglio sardonico e un pò surrealista dell'autore si potrebbe pure parlare di pubblicità ingannevole ma, in fondo, va meglio così. Nientè come sembra è il terzo esperimento visivo di Franco Battiato. “Nel primo film c’è una lezione tantrica, nel secondo la regressione nella trasfigurazione delle anime ed ora il terzo è tutto sulla spiritualità. Nella parte centrale, che è il succo del film, s’incontrano diversi personaggi con la scusa di festeggiare il compleanno del padrone di casa. Che è un uomo di scienza, disposto a credere, ma con molti dubbi. Nella stanza ci si confronta animatamente sul perché dell’esistenza. Ci sono il credente e l’ateo (Giulio Brogi). Alla fine Alejandro Jodorowsky legge i tarocchi”, ha raccontato l'autore a Repubblica.
Niente è come sembra è un documentario sulle religioni travestito da film, quasi una docufiction. Da segnalare, per potenza espressiva, il cammeo di Sonia Bergamasco, musa del poliedrico catanese, già presente in Musikanten e anche nel programma tv (Raisat) Bitte keine Reklame ed Enrico Ghezzi che interpreta sè stesso.
Terzo, ed estremo - ma non ultimo - atto della trilogia di Battiato, questo film prosegue il cammino quarantennale iniziato in musica. Un percorso in direzione avversa, da "illuminista" della fede in un mondo accecato da lumi troppo potenti per poter descrivere ancora le sfumature del sacro. Gurdjieff e Renè Guenon, lasciano il passo ai classici del misticismo occidentale e orientale, da Aurobindo a Hildegard von Bingen, in una "partitura" che si intreccia in un triplo filo di citazioni e rimandi, spesso difficilmente districabili.
"In fondo sono contento di aver fatto la mia conoscenza", il libro di Battiato allegato la dvd, è una specie di navigatore che permette di ricostruire parte del viaggio sotterraneo percorso dall'autore.
Dopo aver visto il film e scartabellato il libro, con commenti di Ghezzi, Manlio Sgalambro, Fabio Bagnasco e Francesco Messina, rimane un dubbio di sovrastruttura, quindi probabilmente inutile, sarà un film? Poco importa. Con l'occhio sclerotizzato dai blockbuster forse no, ma basta dare un'occhiata allo specchietto retrovisore e qualcosa compare, per esempio Jodorowsky, per fare una citazione pigra. Ai delusi, non rimane che passare al secondo cd del cofanetto e ascoltare le sette tracce del concerto di Battiato al Teatro degli Arcimboldi, del 2005, con l'accompagnamento della Royal Philarmonic Orchestra.

venerdì 28 dicembre 2007

Libri etilici

Che la letteratura abbia un potere d’evasione quasi inebriante, è cosa risaputa, ma che se ne possa misurare il grado alcolico è una novità. Ci provano Enrico Remmert e Luca Ragagnin, con il loro “Elogio della sbronza consapevole”. I due scrittori torinesi mettono insieme in questo libro, pubblicato per i tipi della Marsilio, una teoria di citazioni letterarie in cui, in un modo o nell’altro, si parli di sostanze alcoliche, che siano birra, grappa, vino o superalcolici. Viene fuori lentamente un’antologia di apprendisti dionisiaci (niente a che vedere però con quelli di Elemire Zola), in cui la biografia non è districabile dalla letteratura e tutto lascia l’odore di una serata ad alta gradazione etilica. Gli autori shakerano nel loro mix bibliografico citazioni di ogni varietà: da Aristofane a Vittorio Alfieri passando per Italo Calvino e Burt Simpson, sparpagliando qua e là frasi dall’attribuzione incerta e calembour apocrifi, uno per tutti: cogito ergo rum. Il risultato è un libro molto divertente, consultabile come un dizionario ma leggibile come un romanzo, che ironizza su un vizio che ha tanto pesato, nel bene e nel male, sugli autori di tutti i tempi. Chiusa la quarta di copertina, viene voglia di un Negroni.
Per ogni libro da consigliare, ce n'è uno da sconsigliare. Anzi, la percentuale dei libri caldeggiabili è decisamente inferiore, sennò saremmo pieni di capolavori.
Decisamente meno significativo del precedente libro è "Trattato sui Postumi della sbornia", del narratore iberico Juan Bàs. A chi non è mai capitato almeno una volta nella vita di svegliarsi con la testa pesante, le idee confuse e lo stomaco in sciopero per gli stravizi della serata precendente? Ecco, Juan Bas squaderna una serie di impossibili risvegli che sembrano l'ombra sotto sangria delle fantasie allucinate di Hunter S. Thomson. Il tutto disseminato di tirate antifasciste, quantomai fuoriluogo. Quasi che la tirannia si combatta levando bicchierini di tequila. E poi, nella corsa dissennata e manichea, a dividere il mondo in buoni e cattivi, almeno la sbornia lasciamola super partes







venerdì 30 novembre 2007

Across the universe


Se andare al cinema significasse esclusivamente andare a vedere un film, "Across the universe" non varrebbe il biglietto. Fortunatamente il grande schermo prevede anche altri linguaggi comunicativi, questo ne è un esempio. Tutto in questo lungometraggio è musicale, a partire dalla trama cucita addosso ad alcune fra le più belle canzoni dei Beatles. La vicenda di Jude, giovane operaio di Liverpool che va in America alla ricerca del padre, e trova un amico, una ragazza e una nuova vita è solo un pretesto per cantare, interpretare e celebrare gli anni sessanta. Ma se fosse solo questo, se tutto si potesse riassumere in un peana ai sixties, non ci sarebbe niente di nuovo. Sarebbe solo uno dei tanti macigni sulle spalle di chi (noi) fra una trentina d'anni avrà poco da commemorare. Invece c'è la critica, nascosta in un gioco continuo di citazioni.
Il chitarrista che sembra Jimi Hendrix ricalcato con la carta copiativa, la cantante che potrebbe essere una Janis Joplin passata per il Sert, Bono Vox, che interpreta un guru della west coast, che vale per i santoni di tutti tempi, ma che a me ha fatto venire in mente Thimoty Leary, il profeta dell'Lsd, poco santone e molto cialtrone. E, ancora, il richiamo all'arte concettuale, al Village, alla New York di Andy Wharol e a quella grande onda policromatica di acido che con la promessa di guarire l'america dal daltonismo della vita di tutti i giorni, invece di essere cavalcata, ha finito per annegare tutto, creatività compresa. E poi arriva, velata ma decisa, la critica. Perchè, alla fine, gli Stati Uniti non sono l'Italia. E il pacifista "radicale" che finisce per difendere la pace a suon di bombe è una metafora sempre valida. Il paradigma di ogni fondamentalismo, religioso o politico che sia. E poi i richiami cinematografici. I musical da Jesus Christ Superstar a Moulin Rouge. Un pizzico di Paura e delirio a Las vegas nelle scene, quasi fantasy, di distorsione visiva. E anche un pò di Quadrophenia, storia mod adagiata su una colonna sonora degli Who (con la partecipazione di un giovane Sting).

giovedì 22 novembre 2007

I milanesi si ribellano al ticket della Moratti

Come a Londra, a Hyde Park

Nel 1995 sono stato in Inghilterra per la prima volta. Avevo tredici anni ed ero vittima di una di quelle gite organizzate che vengono ribattezzate con un ossimoro di successo: vacanze studio. Va da sè che in questi viaggi vengano disattese sia le aspettative genitoriali che quelle figliali: non ci si diverte come in una vacanza vera e propria ma soprattutto non si studia. Ho pochi ricordi di quella prima trasferta solinga oltre i confini patrii. Uno particolarmente nitido: lo speaker's corner di Hyde Park, a Londra.
Tornai in Italia con un'idea altissima del mondo anglosassone. Idea che col passare degli anni avrei notevolmente rivisitato. Ma quel posto in cui potevano parlare tutti, anche se non avevano niente da dire e nessuno da cui farsi ascoltare, non ha ancora smesso di affascinarmi. Ed è proprio questo principio un pò anarchico della libertà d'espressione che, anche nelle sue declinazioni più becere, ho sempre rintracciato e apprezzato nella rete.
Ho scritto questo post non solo per appagare l'egotismo che il blog talvolta implica, quanto per introdurre un piccolo viaggio nel mondo del web più curioso e verace, in tensione fra serietà e cialtroneria. Esattamente come a Hyde Park.




sabato 3 novembre 2007

In giro per le baraccopoli Rom, qualcosa di quello che è rimasto fuori dalla pagina

Suona il telefono. Mi chiedono di fare un giro per le baraccopoli dei rom di Milano. Incontro il fotografo alla stazione nord della Bovisa alle dieci del mattino. Prendiamo in mano la cartina della città e decidiamo di partire da via de Pisis, zona Euromilano. Ci scontriamo subito col primo problema. Le baraccopoli sono invisibili. Nascoste dietro cumuli di detriti, occultate in mezzo a discariche, sistemate in zone di smesse, le baracche sono l'altra faccia delle metropoli.
Un reticolato alto poco meno di due metri divide due infanzie. Da una parte i bambini italiani che giocano in un parchetto pulito e preciso, dall'altra i piccoli rom, sporchi e affamati, che corrono fra il fango e i detriti. Il nostro viaggio parte da qui, una manciata di baracche costruite con gli avanzi del primo mondo: lamiere arrugginite, cartoni, scatole e barattoli. Ci infiliamo fra un cancello e una siepe, in un punto dove la maglia di ferro del reticolato è stata forzata, e camminiamo verso le baracche, in un paesaggio surreale. A lato i binari immoti della ferrovia, davanti a noi una distesa di spazzatura, pozze di fango e cespugli. Con un pò di titubanza ci avviciniamo a quattro baracche. Cosa dire, come presentarsi, cosa fare. Non ci sono porte da bussare, campanelli da pigiare. Chiedere "scusi posso entrare in casa", sembra una non troppo velata presa per il culo. E poi, magari, ci prendono pure a coltellate. Non si può dire di non averlo pensato. Poi esce un bambino, con gli occhi che ridono prima che la mimica facciale si sia accordata, un bambino normale come possono essere normali i bambini che vedi fotografati sulle scatole delle elemosine per qualche gruppo di missionari. E tutto si sfarina. Da dietro una collinetta sopraggiunge una donna, la mamma, e ci viene incontro. "Cosa volere? Chi essere?"
"Giornalisti, siamo giornalisti. Vogliamo solo parlare un pò con lei". Dopo qualche commento non proprio lusinghiero sulla categoria professionale, la donna decide di raccontarci qualcosa. Le parole cadono come frammenti di un discorso che sarebbe comunque ellittico. Romania, rom, fame, povertà, elemosina, soldi, prigione. Queste sono le tag di un discorso comune a tutti gli abitanti delle favelas. Eppure nessuno di loro prende neppure in considerazione l'ipotesi di tornare a casa. E non si puo dire che vivano bene, in Italia.
Ma anche lo squallore della sistemazione provvisoria conosce varie declinazioni. Poche ore dopo, siamo nel campo nomadi autorizzato di Muggiano, assieme a tre pattuglie dei Carabinieri.
Varchi il cancello e hai subito tutti gli occhi addosso. Ostilità, mista a schifo. Qui al posto delle baracche ci sono delle villette, tutte un pò posticce, che ricordano quei cartonati che dovevano sembrare palazzi nei vecchi western. Si affaccia dal cancello il muso di una delle macchine dei Carabinieri e inizia il fuggi fuggi. Chi si infila dentro casa, chi interrompe quello che stava facendo per iniziare, con ostentata naturalezza, una qualche altra occupazione. E i cartonati da western trovano le loro comparse. Nel silenzio della strada velocemente svuotata, rimane lo scoppietìo di un motore diesel di grossa cilindrata. E' un camion con una mancina. Vuoto. Chi lo stava utilizzando per potare gli alberi se ne è andato, così in fretta da non avere neppure il tempo di spegnere il motore. Una chiamata alla centrale e l'ipotesi si trasforma in certezza: il furgone è rubato. E continua tutto così, in bilico fra legalità e illegalità. Ma poi, alla fine, è tutto nell'articolo...

martedì 30 ottobre 2007

A metà fra rete e sciamanesimo: calcolare la propria età biologica e il momento esatto della propria morte




Vi sentite stanchi, affaticati, stressati? Non preoccupatevi, probabilmente siete vecchi. Sì vecchi. L'anagrafe è solo un polveroso abaco cartaceo che registra lo scorrere del tempo effettivo ma non di quello biologico. Ma, anche in questo caso, ci viene in soccorso la rete. Con un pò di pazienza e qualche dato medico recente, si può scoprire la propria età biologica. Basta andare su http://www.realage.com/ registrarsi e compilare il lunghissimo e accuratissimo test. Pressione arteriosa, analisi del sangue, stile di vita, malattie ereditarie, medicine assunte con regolarità e persino la velocità media a cui si va in auto, sono solo alcune delle domende a cui si è sottoposti. Avviso per gli internauti ipocondriaci: io l'ho fatto per la prima volta nel 2005, a 23 anni, e la mia età anagrafica è risultata di 32 anni e sei mesi. Immediatamente ho sentito il respiro farsi tremulo e la mia mano molle e rugosa sul mouse. Non oso pensare quanti anni biologici possa avere maturato negli ultimi due anni ma , per sicurezza, non l'ho mai più fatto.
Se invece puntate dritto al sodo e volete saltare la lunga trafila scientifica di Real Age, vi potete buttare su un'alternativa sciamanica che taglia il problema alla radice.
http://www.deathclock.com/. Basta inserire data di nascita, indice di massa corporea, dire se si è pessimisti o ottimisti, fumatori o non fumatori e parte il conto alla rovescia. Dalla propria morte, ovviamente. Secondo dopo secondo. Io tirerò le cuoia nel 2021. Ma questo, a differenza di real age, non si basa su alcun calcolo scientifico. Spero.


lunedì 29 ottobre 2007

"Siam poi gente delicata". Il fallimento di una guida di Bologna. Per fortuna.




Strampalato. Il libro più strampalato che abbia mai letto. E forse non lo avrei mai letto se di mezzo non ci fosse stata Parma. La grammatica è ampiamente scavalcata, la punteggiatura sembra piovuta, il senso logico va ripescato qua e là, fra un periodo pericolante e un capoverso finito qualche pagina dopo. Eppure, a modo suo, è un piccolo capolavoro.

Innanzitutto perchè Paolo Nori, questo è il nome dell'autore, divulga un concetto a cui io sono particolarmente affezionato. Il sottotitolo di "Siam poi gente delicata" è Bologna Parma 90 km. Il concetto è che ParmaReggioEmiliaModenaBologna, sia un'unica grande città che si srotola lungo la Via Emilia. Ma questo non è un concetto è una realtà che aspetta solo di essere verbalizzata dalla geografia. Ed è proprio a questo punto che nasce l'empatia con lo scrittore. Io, che a Parma ho abitato per cinque anni senza mai smettere di bazzicarla, ho sempre esteso il limes cittadino fino al capoluogo. La via Emilia, creata dal console Emilio Lepido nel 187 avanti Cristo per collegare Placentia ad Ariminum, è una teoria di asfalto che unisce l'Emilia alla Romagna. Attorno alla strada prende vita un racconto di facce senza tempo, case gialle per non scomparire nella nebbia, osterie che puzzano di vino e che fungono da caravanserragli per tutti gli autotrasportatori che preferiscono la strada gratuita a quella a pagamento. Ed è proprio questa umanità che rende unica la via Emilia. Una lingua di cemento che corre disperatamente dritta attravrerso centinaia di chilomentri di campi che sanno di fatica, di italia rurale e anche di merda. La linearità e la discreta velocità a cui si viaggia, l'hanno consacrata una valida alternativa al percorso autostradale. Così, questa strada, sembra un versione umana delle sorelle a scorrimento veloce. Gli autogrill diventano osterie, i panini marmitte piene di brodo animale denso di tortellini, la fretta futurista rallenta in una placidità un pò retrograda e anche se ogni tanto sbuca dalla Padana qualche vecchietto che occupa la carreggiata con un trattore, va bene lo stesso. Una strada educata, che attraversa tutti i centri abitati cambiando nome, di volta in volta, come a vergognarsi di questa intrusione. Ma torniamo al libro. Strampalato, dicevo. Commissionato all'autore come guida della città di Bologna, finisce per non parlarne mai. Un pò perchè Nori è tornato nella sua città natale, Parma, un pò perchè non ne ha voglia, il capoluogo irrompe solo saltuariamente in questo racconto caludicante. Prima di salutarci l'autore ci racconta come "Siam poi gente delicata" sia il fallimento di una guida e forse anche di un libro.

Ma alla fine è meglio così. Dalla cantava che "a Bologna non si perde neanche un bambino" e poi, alla fine, ci si dovesse perdere, ci sono sempre le guide del Touring.


Un frammento di reading di Paolo Nori

lunedì 15 ottobre 2007

Sul ring con Bruno Visentin (La Spezia, prima parte)


Ci accoglie un odore acre, di sudore sudato per ore in tute di acetato. La palestra sembra semivuota, solo il rumore sordo di un guantone che si schianta contro un sacco appeso al soffitto ogni tanto ci fa trasecolare.
Tre o quattro ragazzi corrono attorno al ring, un signore sulla sessantina incastrato dentro un corpetto ortopedico si fa prendere a pugni da un ragazzino segaligno. Devozione al trasferimento del sapere pugilistico.
E poi di lato, lui. La boa dei settant'anni passata da un pezzo, che corre con passo deciso ma contenuto. L'occhio fisso al grosso orologio appeso al muro di mattoncini rossi. Driiiin. Automaticamente, con la disinvoltura di chi quell'automatismo lo ha fatto per una vita, inizia a prendere a pugni una palla di plastica blu. Pugni compassati, pugni da anziano certo, ma pur sempre i pugni di un campione d'europa.
Visintin, nato alla Spezia nel 1932, è stato un grande campione, il miglior prodotto della boxe spezzina d'ogni tempo. I suoi trionfi in Europa e Australia sono decine e tutti eclatanti; sia come dilettante che professionista raggiunse traguardi lusinghieri che fecero onore allo sport italiano. Stilista, schermidore, fisico eccezionale e dotato di buon pugno, brillantissima fu la sua carriera con un record da stella di prima grandezza. E' stato campione italiano dilettanti pesi piuma 1952 a Parma e dei pesi welter leggeri nel 1952 a Trieste. Inoltre, è diventato campione europeo dilettanti 1951 a Milano, medaglia d'oro ai giochi del Mediterraneo pesi leggeri, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Helsinki 1952. È stato campione italiano professionisti pesi leggeri 1955-1956, campione italiano professionisti pesi welter 1958-1961, campione italiano welter pesanti 1963-1964, campione europeo professionisti 1964-1966. Venti volte nazionale. Da professionista ha disputato novanta combattimenti di cui settantasette vinti, i due match con Loi hanno fatto epoca nel mondo della boxe e sono ritenuti tra i migliori di tutte le epoche. Conclusa l'attività pugilistica, è diventato per breve tempo manager e direttore sportivo della Virtus.
Ed è proprio alla Virtus che lo troviamo, nel tempio del pugilato spezzino. Ci aggiriamo con una punta di imbarazzo in un luogo che, dal nome in poi, emana romana virilità. E il fatto che Giancarlo Fusco, assiduo frequentatore della palestra, grande amico di pugili e indefesso cazzottatore, fosse fieramente comunista è una piccola lezione di antropologia politica.
Mentre gli chiedo di raccontarmi qualcosa su Giancarlo Fusco, lui continua ad allenarsi. Mulina velocemnete le braccia nell'aria e mena fendenti a destra e a sinistra, come a colpire nemici invisibili. Noi ci muoviamo con imbarazzo in questo ring ipotetico in cui lui ci ha sbattuti, timorosi di essere accidentalmente colpiti da un suo destro.
"Caspita se lo conoscevo Giancarlo. Ci siamo frequentati a lungo, specialmente a Spezia ma soprattutto a Roma. Era un personaggio incredibile. Uomo di cultura, esperto di pugilato, grandissimo bevitore. Eppure non l'ho mai visto ubriaco, era sempre lucido, presente. Non ho mai visto nessuno reggere come lui."
"Il pugile non lo ha mai fatto. Almeno non lo ha fatto a livello professionale. Lui faceva a pugni per la strada".
Poi, scompare per una decina di minuti. Impugna dei colpitori e inizia ad allenare un ragazzino. Gira su sè stesso in mezzo alla palestra, dispensa consigli inframezzato da ricordi e poi, quando l'orologia suona, torna ad allenarsi.
Mi chiama a sè muovendo un guantone. "Una volta eravamo a Roma, stavamo uscendo da un ristorante in centro e Giancarlo ha iniziato a litigare con un uomo che era a cena con noi. La lite degenera presto in una rissa e Giancarlo, prima di iniziare a dar pugni, si toglie la dentiera e la appoggia sul tetto di una macchina. I due fanno per picchiarsi ma a un certo punto si sente il rumore di un motore in partenza. Era partita la machina e Giancarlo aveva perso la dentiera. Alla fine non si sono più picchiati, si sono messi a ridere e mi sembra che siano anche diventati amici. Giancarlo era fatto così, facile all'ira e pronto a stemperarsi immediatamente".
Fusco, fra le mille vite che ha vissuto, in un samsara permanente e costante che difficilmente si incastra in un unica biografia, è stato anche questo.

sabato 13 ottobre 2007

Semafori taroccati a Segrate


La sinistra secondo Facci


Giù il colbacco


da Il Giornale, venerdì 12 Ottobre, Filippo Facci


Ora però seriamente: rendetevi conto, abbiate un po’ di rispetto. Erano il Partito Comunista: il più grande Partito Comunista d’Europa. Partito. Comunista. Falce & martello. Unione Sovietica. Poi hanno perso l’Unione Sovietica. Hanno perso falce & martello, che furono svenduti a quelli che erano due perfetti sconosciuti: Bertinotti e Garavini. Hanno perso la parola Comunista. Sono diventati il Partito Democratico della Sinistra. Hanno digerito, e votato, un ex radicale anticlericale, Rutelli. L’hanno visto prosternarsi dal Papa. Hanno digerito Greganti e tutte le balle dei finanziamenti basati sulle salamelle. Hanno perso anche la parola Partito, sono diventati i Democratici di Sinistra. Hanno digerito gente come Marrazzo, hanno votato persino Badaloni. Hanno votato un boiardo democristiano come Prodi. Due volte. Ora perderanno anche la parola Sinistra. Diverranno il Partito Democratico. Con De Mita. Con Follini. Con Valerio Zanone. Hanno discusso di candidare anche Anna Finocchiaro: è rimasta Rosy Bindi. Sono rimasti cinque candidati di cui tre ex democristiani. Il favorito è un signore che ha dichiarato di non essere mai stato comunista. Rendetevi conto, questa è gente che ha sofferto. Che soffre. Un po’ di rispetto.

martedì 9 ottobre 2007

Massimo Fini, un ragazzo che esplora la vecchiaia


Ha scritto che la ragione aveva torto, ha compilato un puntuale elogio della guerra, ha riabilitato Nerone e Catilina, ha messo in fila, definizione dopo definizione, un dizionario erotico "contro la donna e favore della femmina", e ora, non pago, ha sfornato un libro in cui viviseziona la vecchiaia. Senza essere vecchio. Definendosi tale più per amor della parola (e dello spirito di contraddizione) che per solide certezze anagrafiche.
E' Massimo Fini, l'uomo dei paradossi. Lo incontriamo nella sua casa milanese, a pochi passi dalla stazione. Un suk di pezzi di modernariato. Sul parquet foderato di giornali, si muove con leggiadria, alla faccia della sua ostentata vecchiaia. Si dispone su un divanetto quasi raso terra e inizia a parlare, con un piglio in tensione fra il guru e l'uomo da bar, di vecchiaia, morte, vita, sesso, donne e quant'altro. La sigaretta sembra sempre in procinto di cadere dall'angolo della bocca, un pò come le sue riflessioni che giocano sul crinale della provocazione. Sulla scrivania, in mezzo a un cimitero di pacchetti di Gauloises rosse, la macchina da scrivere. Un'Olivetti 35 che fa da modem preistorico a tutta la sua produzione: articoli, editoriali, libri.
Mentre prepariamo l'attrezzatura video Fini ci racconta del suo ultimo libro, del settimo posto nella classifica di vendita, delle congratulazioni telefoniche di Montezemolo e Confalonieri.
Ragazzo: storia di una vecchiaia (Marsilio), è un viaggio biografico attraverso l'universalità di una vita. Pagina dopo pagina, si srotola un film agrodolce di ricordi: nuotate infinite nel mar ligure in tempesta, bevute epiche, serate infinite trascorse a parlare, bische fumose di una Milano che non aveva ancora scoperto il Texas hold'em, e poi la vecchiaia. "Una sera di molti anni fa ho incontrato un'attrice -racconta Fini- ormai sul viale del tramonto. Le ho chiesto che effetto le faceva pensare alla sua giovinezza di successi e lei, che che era rimasta una grande interprete, emise un ruggito d'orrore. Sono proprio i ricordi più belli, quelli che resistono agli anni, che in vecchiaia diventano dolorosi e insopportabili". Il reportage di Fini sul mondo della vecchiaia si traduce in un lento, inesorabile declino, in perenne contesa con la memoria di una giovinezza formidabile. "Ho smesso di prendere l'autobus per paura che qualcuno mi ceda il posto". Eppure, lo vedi lì, accovacciato sul divano, in maniche di camicia, mentre gli satellitano attorno giovani discepoli, e ti sembra un Timothy Leary che dispensa visioni ugualmente acide ma meno tossiche, perfettamente a suo agio nel ruolo di non giovane fra i giovani.

Inghilterra e sigarette



Filippo Facci, Il Giornale, Giovedì 4 Ottobre
Non diciamo niente. Abbiamo già scritto che in Inghilterra hanno vietato di fumare nella propria auto, diversamente da alcune città statunitensi dove si può fumare solo nella propria auto. Abbiamo appreso che a Hollywood vogliono vietare ai minori tutti i film dove si vedono attori che fumano, come per i porno. In Canada e negli Stati Uniti ci sono chiese dove hanno proibito l’incenso perché equiparato al fumo passivo. La Commissione europea ha dato il benestare alla possibilità di non assumere un fumatore in quanto semplicemente fumatore. Le autorità britanniche metteranno i fumatori e gli obesi agli ultimi posti delle liste sanitarie. Un terzo dei datori di lavoro americani chiede esami del sangue e delle urine ai neo assunti per cercare tracce di nicotina. C’è una nazione asiatica, il Buthan, dove è completamente vietato fumare. Ieri, infine, sul quotidiano Usa Today, abbiamo letto che nelle due città californiane di Belmont e di Calabasas stanno seriamente valutando di vietare il fumo in tutti gli appartamenti: perché può infastidire i vicini, forse traspirare dai muri, filtrare da quelle finestre che magari danno sulle highway a otto corsie. Ma non diciamo niente. Non insistiamo. Non vorremmo che poi i lettori ci prendessero per fanatici.

lunedì 8 ottobre 2007

Quando il sapone diventa virale



Un altro esempio di pubblicità virale della Dove. Il nuovo volto umano del marketing, Oliviero Toscani insegna...

Qualche riflessione sul futuro dei media: "Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella che danzi"



Dio è morto. Man is god. L'uomo è Dio. Partiamo da questo video, inquietante come un virus, che apre scenari sul futuro dei media. Per chi non ha avuto la pazienza di vederlo tutto, anticipo la firma finale: Casaleggio associati, il deus ex macchina del fenomeno Grillo... Da questo punto di vista, diventano tutte più inquietanti le tecnoprofezie che si allungano sul futuro dei media. Un avatar vocale pronostica con voce atona l'eclissi dell'universo tradizionale dei media, per come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, almeno. E poi una sfilza ansiogena di scenari futuri. Che qualcosa bollisse in pentola lo avevamo capito. Giornali on line, blog, videogiornalismo, miniaturizzazione delle tecnologie, citizen journalism. Ce n'è abbastanza per scardinare il vecchio mondo della carta stampata e quello attempato della televisione tradizionale. Bisogna mettere da parte l'affetto per il cronista che con le dita ingiallite dal fumo batte sulla macchina da scrivere ed entrare nella modernità, anche quella liquida e vagamente confusionaria, della rete...

giovedì 16 agosto 2007


La Spezia, un giorno qualunque dell'inizio della scorsa estate. Poca gente, meno del solito, percorre i portici del centro. Calcolando abilmente ombre e venti si possono limitare al massimo i danni della canicola. Scendendo giù per le vie perpendicolari al litorale, poi, si procede quasi sostenuti dalla brezza marina. Mi infilo in una libreria del centro e mi piazzo sotto il getto del condizionatore. Mentre l'aria fredda mi asciuga il sudore sulla schiena, vedo la faccia di Giancarlo Fusco ghignare sardonica fra gli scaffali. Ma chi è Fusco? Dove l'ho sentito?
Ecco. Le lezioni di storia del giornalismo allo IULM. Fusco, il giornalista spezzino.
Una scorsa rapida alla sovraccoperta, è lui. Inizia così un interesse maniacale per l'opera e la figura di Giancarlo Fusco, giornalista, sprugolino di nascita e nomade per vocazione travestita da necessità.
Inizia tutto con la bellisima biografia dal titolo "L'incantatore", compilata da Dario Biagi e prosegue attraverso il catalogo delle sue opere pubblicate da Sellerio. E poi arriva il progetto. Mettere insieme, con calma e con un investimento pari a zero, un piccolo tributo video a Fusco. Partendo da La Spezia, ovviamente.
In questo spicchio di rete, depositerò gli incontri fatti sulle tracce di Fusco.

giovedì 1 marzo 2007

Ancestrale

Ancestrale:1. Che appartiene o si riferisce agli antenati, trasmesso dagli antenati; avico, atavico. 2. Detto dei caratteri, somatici o psichici, che si suppone fossero presenti e più sviluppati nei remoti antenati. Ancestrale è un termine roboante, riempie la bocca e riesce a paludare anche il discorso più striminzito. Per questo a volte lo si trova dove non dovrebbe essere, poverino, fuoriluogo come uno smoking in mezzo a un rave. Io ho avuto dei problemi di dipendenza, sono il primo a denunciarlo. Per me era un'ossessione, un mantra da far rimbombare nella mia scatola cranica, una spezia con cui condire ogni affermazione. Quando, rimboccando le coperte, ero arrivato a dirmi di avere una stanchezza ancestrale, ho capito che dovevo disintossicarmi. Ora, a distanza di anni, riesco a parlarne liberamente e a trattarlo con quel distacco che si riesce a tributare ai problemi solo molto tempo dopo la loro risoluzione.Ancestrale è un mondo che ci siamo lasciati alle spalle, un trisavolo barbuto e polveroso, la tavola con il pane scuro di un clan altomedievale, un parente lontanissimo da ringraziare per un occhio azzurro o un bisnonno disperso cui addebitare un tic osceno. Ancestrale è una parola così fuori da questo mondo, che il dizionario dell'Istituto dell'enciclopedia italiana vulgo Treccani, per spiegarcelo non può che ricorrere a due aggettivi, se possibile, ancora più oscuri come avito e atavico. Non tanto per autoreferenzialità quanto per necessità. Perchè spiegare ancestrale ai giorni nostri è come provare a parlare con uno straniero senza avere neppure una lingua in comune. Impossibile. Forse proprio per questa impenetrabilità "ancestrale" riesce ad essere così evocativo.

lunedì 26 febbraio 2007

Controra

Controra: merid. le prime ore pomeridiane della stagione estiva, generalmente dedicate al riposo (dizionario Zingarelli).Finisci di dire controra, non hai ancora terminato di spalancare la bocca nell'emissione della principessa delle vocali, e già senti l'odore di zagare e dei gelsomini. Controra è lo sciabordio delle acque mediterranee che accompagna i riposi pomeridiani. E' un manifesto di vita, agli antipodi della fretta metropolitana. E' un pomeriggio di canicola, quelli in cui se non vai a letto ti metti a sacramentare contro (facciamoci prendere dai meridionalismi) Domeneddio. E' la tenda immobile attaccata a un muro sberciato, dietro cui dorme un uomo in canottiera.E' un pezzo del racconto italiano.


Dopo pranzo si andava a riposare
cullati dalle zanzariere e dai rumori di cucina;
dalle finestre un po' socchiuse spiragli contro il soffitto,
e qualche cosa di astratto si impossessava di me.
Sentivo parlare piano per non disturbare,
ed era come un mal d'Africa, mal d'Africa.
Mal d'africa, F.Battiato