mercoledì 12 agosto 2009

Per arrivare a Milano? Ci vuole fortuna

Milano - C’è un peccato originale. Da un paese fatto a scarpa non ci si può aspettare niente. Dei calci, al massimo. Ore 19:10, La Spezia stazione centrale. Turisti spellati dal sole delle Cinque Terre, qualche disgraziato (come me) che ha preso le ferie prima di agosto e branchi di teutonici disorientati dalla “creatività” italica. Sfioro il touch screen per prenotare un biglietto La Spezia – Milano via Genova. Complice la lentezza dell’apparecchio (roba da Commodore 64) sento una voce metallica gracchiare dall’altoparlante sopra la mia testa: “Il treno per Ventimiglia è in ritardo di 40 minuti”. Il mio. Un coro di improperi si leva alle mie spalle. Salta la coincidenza per Milano. Non demordo. C’è un’altra possibilità, ci si può sempre inerpicare per l’Appennino tosco emiliano, scendere giù nella pianura parmense e in una valle di zanzare cercare di prendere un convoglio per Milano. Così sia. Viaggio più lungo ma biglietto più economico. Trascino il mio bagaglio verso il binario tronco (meglio tronco che morto, ma è comunque presago di sventure) quando sul tabellone delle partenze leggo che il mio treno è diretto a Borgo val di Taro.

Non serve essere geografi, basta una conoscenza da sussidiario. A Borgotaro si va per funghi ed è prima di Parma. Io non vado per funghi e devo arrivare a Milano. Ufficio informazioni. Compressi contro il provvidenziale vetro che divide inservienti da utenti, decine di passeggeri. “Mi dispiace, la macchinetta non lo dice, ma da oggi e per tutto il mese di agosto la linea per Parma è interrotta. Scende a Borgotaro prende l’autobus fino a Fornovo poi prende di nuovo il treno e arriva a Parma”. Borgotaro? Fornovo? L’autobus? A che ora si arriva? “Oggi è il primo giorno non ho ancora le statistiche dei ritardi ma almeno un’ora dopo l’orario”. Perfetto. Giusto in tempo per perdere l’ultima coincidenza per Milano. Puntualità svizzera. Al rovescio.

Dietro il vetro si delinea la mortificazione sul volto dell’impiegata. Vorrei dirle che è lo stesso, che infondo io a Milano posso anche non andarci e che non se la prenda. Ma non è così. “Passi da Genova” sussurra con lo sguardo basso verso un qualunque altrove. “E’ in ritardo di 40 minuti ma sicuramente la coincidenza aspetta”. Alza il telefono e compulsa il numero sulla tastiera. Parla con Genova, immagino, o forse con la voce del Gabibbo. “Mi dicono che al 90 per cento la coincidenza aspetta il suo treno. Altrimenti vi portano a Milano in taxi”. In taxi? Quale azienda può dire a un utente che ci sono 9 possibilità su 10 che possa usufruire del servizio per cui ha pagato? Se la Hatu' dicesse che i suoi preservativi sono sicuri solo 7 volte su 10 cosa succederebbe? Una sommossa.

Ore 21:03, con 70 minuti di ritardo arriva il treno accolto da smoccolamenti vari. Ho il piede sul predellino quando la stazione della Spezia mi saluta. “A causa di un’agitazione dell’impresa di pulizie vi preghiamo di non lasciare giornali e riviste negli scompartimenti”. Bè, certo giornali e riviste no. Infatti a bordo ci sono solo bottiglie, lattine e avanzi di panini. Insomma il news-crossing no ma il rumenta-crossing sì. Attraversando il corridoio inciampo in uno stravolto capo treno. E lo interpello, come un oracolo. “Io dovrei andare a Milano, mi hanno detto alla stazione che la coincidenza ci aspetta…”. Bastano tre pennellate e lo stupore si dipinge sul volto del capo treno, io mi produco in un urlo di Munch. Nessuna garanzia, solo fato, mi spiega lui. E i taxi? Ride mefistofelico. Si consolida l’ipotesi voce del Gabibbo. Alla fine per cause sconosciute la coincidenza c’è. “Fortuna”, sibila un impiegato. La prossima volta vado in macchina e gioco al Superenalotto.

da ilGiornale.it

giovedì 2 luglio 2009

Viareggio: "Non dimenticheremo mai"

Il Giornale.it

dal nostro inviato a Viareggio

Verde bianco rosso. E nero. Oggi sono questi i colori di Viareggio. Davanti a ogni esercizio commerciale, nel silenzio della città ammutolita, c'è qualcuno che annoda un tricolore listato a lutto. La città, il giorno dopo la tragedia, è semideserta. La zona rossa è spettrale. Ci sono solo carabinieri e poliziotti a presidiare che nessuno cerchi di tornare alla proprie abitazioni.

Il primo giorno per i mille sfollati è servito a calmare la rabbia e ad addomesticare la paura. In poco tempo il comune ha censito tutti i viareggini rimasti senza casa e li ha sistemati in alberghi e istituti comunali. "Abbiamo predisposto più di mille posti letto ma per ora ne sono stati utilizzati solo 100. Tutti gli altri hanno preferito sistemarsi da parenti e amici. C'è stata molta solidarietà, anche da parte di tutti i comuni della Versilia", racconta il sindaco Lombardini.

Patrizia, cinquant'anni e un accento inconfondibilmente versiliese, alloggia al Lambruschini, una scuola elementare adibita a dormitorio per gli sfollati. "Abito proprio davanti ai binari. E' stato orribile, pensavo che ci fosse stato un attentato. Mi sono affacciata alla finestra e ho visto delle gigantesche lingue di fuoco, sembrava l'inferno". Poi i soccorsi e la notte passata vicino al mare, "per paura che ci fossero altre esplosioni". Sono molti gli abitanti della zona che terrorizzati dalle fiamme si sono istintivamente avvicinati al litorale, per fuggire da fumo e fuoco.

Signora, come sta?
"Bene, un po' spaventata. E' stata una notte che dimenticheremo difficilmente."

Quando è arrivata qui al Lombardini?
"Martedì pomeriggio. I funzionari del Comune avevano già stabilito, in base alla zona, dove dormivamo. Sono stati molto gentili e veloci."

Come si trova qui?
"Bene, i volontari della Croce Rossa sono gentilissimi e si prendono cura di noi. Qui abbiamo vitto e alloggio. L'unico difetto è che il bagno non si può chiudere a chiave, ma rimarremo poco."

Le hanno detto quando potrà tornare a casa sua?
"Sembra presto. Oggi a pranzo è venuto a trovarci il sindaco e ha detto che è una questione di pochi giorni, forse di ore. Domani potrebbero già rimandarci a casa."

Dopo quello che è successo ha paura di tornare nella sua abitazione?
Sono rimasta molto impressionata. Ho pensato che fosse esplosa una bomba, sentivo boati provenire da ogni direzione e ora ho molta paura. Una cosa del genere potrebbe succedere di nuovo. Se fossero esplose tutte le tredici cisterne Viareggio sarebbe stata cancellata dalla cartina geografica. Ogni volta che passerà un treno avrò paura. Non sarà facile."

"Viareggio, l'inferno di fuoco"
di Francesco Maria Del Vigo
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mercoledì 1 luglio 2009

Viaggio nell'inferno di Viareggio: "Un boato poi il cielo si è illuminato a giorno"

Il Giornale.it

dal nostro inviato a Viareggio

Mancano quindici minuti alla mezzanotte quando un’esplosione squarcia il cielo di Viareggio. Esplode un treno carico di gpl, il gas liquido a contatto con l’aria si volatilizza e si propaga in un attimo. Basta una scintilla, forse la candela di uno scooter che stava partendo, e l’aria si infiamma (scarica il file audio). Un’apocalisse. “Una bomba, abbiamo subito pensato a un attentato alla stazione”, racconta ancora sconvolta una signora. Il volto tirato in una maschera di disperazione per la paura. Nel primo pomeriggio la cittadina lucchese è ancora sotto chock. Un paesaggio postbellico. Il centro è circoscritto dalle transenne, poliziotti e vigili presidiano ogni angolo, tutte le serrande dei negozi attorno alla stazione sono abbassate. “Non abbiamo energia elettrica - dice la barista di uno dei pochi esercizi aperti - possiamo solo dare bevande ma ormai sono calde anche quelle ”. E poi un’aria spessa, ancora pesante di plastica bruciata e paura. “Io ero a casa, stavo guardando la televisione, c’era Abatantuono. Ho sentito un boato impressionante e ho visto il cielo illuminato a giorno. Le finestre sono esplose, i fiori sul davanzale hanno preso fuoco. Non sapevamo cosa fare. Se buttarci dal balcone o scendere dalle scale ” e il racconto viene interrotto dalle lacrime e dalla paura di non tornare, per chissà quanto, nella propria abitazione.

Poi l’arrivo dei soccorsi. “Sono arrivati subito, anche se quegli attimi erano infiniti ” dice un ragazzo. Macchine divelte, alberi sradicati e palazzine crollate. Per vedere l’inimmaginabile bisogna salire sul “cavalcavia vecchio”, una sopraelevata che passa sopra i binari poco prima che arrivino alla stazione ferroviaria. “Sono crollate cinque palazzine - racconta un volontario della protezione civile -, io ero a casa mi ha svegliato mia moglie e sono subito corso qui. Uno spettacolo orribile, la gente scappava terrorizzata, piangeva, non sapeva cosa fare. Non si respirava per l’odore di gas e di bruciato. Un incubo”.

Dal ponte si vedono file di automobili divelte dall’esplosione, alberi sradicati e proiettati a decine di metri e poi i palazzi crollati, sotto i quali si continua a cercare. A pochi passi, come se fossero i set di due film diversi, va in scena un’altra Viareggio, la solita Viareggio. Tutto prosegue come nella normale giornata di una cittadina balneare. I turisti affollano le spiagge e bevono cocktail sul lungomare. Un volontario: “Mai vista una cosa del genere. Sono sconvolto” “Ci hanno chiamato - racconta Luca, un volontario 23enne della misericordia di Viareggio -, dicendo di partire immediatamente perché era successa una tragedia, ma non potevo immaginare quello che mi sarei trovato davanti agli occhi”. Uno scenario devastante, “sembrava di essere a Pompei” commentano i volontari. Tutti bloccati nell’azione che stavano facendo: lavorare, guardare la tv o passare di lì per caso, proprio in quel momento. “Appena arrivati abbiamo soccorso una donna incinta che era stata sbalzata da un motorino, aveva ustioni sul settanta per cento del corpo. Il marito invece è morto, carbonizzato”.

Un’esplosione che si è spostata come un’onda di fuoco nell’aria, polverizzando tutto quello che incontrava. “ Abbiamo sentito un rumore fortissimo e poi tante altre esplosioni più piccole. Forse erano le auto che saltavano in aria - racconta un anziano signore che abita a 500 metri dai binari - e poi mi sono affacciato alla finestra e ho visto delle fiamme molto alte, più dei palazzi, saranno state 50 metri ”. E ora? “ Ora siamo tutti fuori casa, sembra che ci mandino a dormire negli alberghi ma aspettiamo che arrivi Berlusconi ”. E alle 16.30 arriva il premier, accolto dal capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, arrivato in mattinata, e dal ministro dei Trasporti Altero Matteoli.

“Nel prossimo consiglio dei Ministri inseriremo lo stato d’emergenza per Viareggio e stanzieremo il denaro necessario ” dice il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa. Fuori dal comune la folla si divide, qualcuno fischia, altri scandisono il nome del premier e applaudono, molti cercano di riportare i concittadini al silenzio. Lentamente la città torna alla calma mentre volontari, pompieri e forze dell’ordine continuano a lavorare fra le macerie e sotto una lieve pioggia. Gli sfollati dormono negli hotel dove di solito alloggiano i balneanti, lontano dalla stazione.

"Tricolore issato a lutto: Viareggio piange le sue vittime"
dell'inviato Francesco Maria Del Vigo
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venerdì 22 maggio 2009

Coppi, Bartali, una bottiglia di Perrier e la foto entrata nel mito


Milano - Quella di Vito Liverani è una vita dietro l’obiettivo. Ha iniziato giovanissimo, a 12 anni, a scattare foto e non ha mai smesso. Foto e sport, le sue passioni. Pugilato e ciclismo prima di tutto. Sport di fatica e di passione. Oltre a essere un guru della camera oscura, Liverani è anche il custode di uno dei segreti d’Italia. Dell’Italia sportiva, s’intende. La foto di Bartali e Coppi, quella del Giro di Francia del 1952, in cui si passano una borraccia. E nessuno sa chi la passi a chi. Un dubbio che fa discutere e litigare gli appassionati delle due ruote da più di mezzo secolo.

Liverani, la foto della borraccia è sua?

Innanzitutto precisiamo una cosa. Coppi e Bartali non si stavano passando una borraccia ma una bottiglia d’acqua, probabilmente di Perrier. Eppure si è sempre parlato di borraccia, sbagliando. Basta osservare con attenzione la fotografia e si vede che è una bottiglia.

Ma la foto ora ce l’ha lei?

Sì io gestisco lo sfruttamento dell’immagine per conto della moglie di Carlo Martini, il fotografo che la scattò. Ci tengo molto a precisare che la foto è stata scattata da lui, perché nel corso degli anni molti fotografi ne hanno reclamato la paternità, ma quella foto è di Martini. Non ci sono dubbi. Io lo conoscevo molto bene, presi il suo posto alla Gazzetta dello Sport.

Una foto storica e avvolta dal mistero.

In verità c’è poco di misterioso. Quella foto è stata creata. Martini si mise d’accordo coi due corridori e col direttore di gara per scattarla. Diede una bottiglia a un suo amico e gli disse di dargliela quando passavano.

E perché?

Per fare una foto diversa. A quei tempi noi fotografi ci tenevamo molto ad avere immagini diverse da tutte le altre. E’una foto creativa, bellissima, un’immagine che vorrei avere scattato io. Oggi una foto del genere sarebbe impossibile.

In che senso?
Nel senso che allora fra colleghi ci rispettavamo e non ci rubavamo le idee e le immagini. Se Martini la facesse oggi dietro di lui ci sarebbero una decina di fotografi a copiare la sua idea.

Mi tolga un dubbio. Chi ha passato la bottiglia. Lei lo sa. Certo che lo so. Ma non ho intenzione di dirlo. Basta avere il numero di “Un anno di sport del 1952”, costava 100 lire e aveva 100 notizie per cento pagine.

Un segreto economico direi… Peccato che immagino non sia più in edicola.

Io l’ho preso a un mercatino tanti anni fa. Un segreto che non è un segreto. Nella didascalia della foto di copertina il mistero è svelato. Sfortunatamente sono rimaste pochissime copie. Ma io non voglio rompere questo silenzio.

Non vuole proprio dirlo. Perché?

Per i tifosi e per tutto il caso che questa fotografia nel corso degli anni ha creato. Per il gesto. Durante una gara di quel tipo, a luglio, una bottiglia d’acqua è un bene prezioso, necessario. Martini gliel’ha fatta consegnare e loro se la sono passata. Un bel gesto. Non importa sapere chi l’ha passata per primo.

da IlGiornale.it

Massimo Fini: "La fantascienza siamo noi"


Milano - Massimo Fini ama sparigliare. Giornalista, saggista e polemista. Non pago ha voluto fare anche l’attore. Onnivoro e insaziabile ora si è pure messo a scrivere romanzi. Di fantascienza. Da domani è disponibile nelle librerie Il Dio Thoth, edito per i tipi della Marsilio.

Come le è venuta l’idea di un libro di fantascienza?
Questo è il mio primo romanzo ma in verità la struttura del racconto è molto antecedente. La prima stesura è del 1978 ma era un’opera ancora acerba.

Trent’anni dopo la trama è sempre valida?
Sì ma ho dovuto rimetterci molto le mani e poi certi elementi sono stati ripresi da film come Blade Runner, Matrix o Arancia Meccanica.

Il filone quindi è quello…
Il filone è quello della fantascienza orwelliana e del Mondo Nuovo di Huxley, quindi una realtà forzata ma di poco. Non ci sono né alieni né extraterrestri, per intenderci. La fantascienza siamo noi.

Quindi dalla cronaca del presente a quella del futuro possibile il passo è breve?
Diciamo che l’attualità è quasi fantascienza. Molte cose che nel 1978 sembravano fantascientifiche oggi non lo sono e sono reali. Per esempio il potere della virtualità rispetto alla realtà e l’informazione. In certe cose in questo libro, come in altri, ho precorso i tempi.

Una critica alla modernità e alla tecnologia?

Ce l’ho con certe degenerazioni. C’è gente che vive solo su Facebook e non riesce ad avere rapporti reali. Li capisco, perché nella virtualità non c’è il dolore. Ma anche chiudendosi in questi mondi poi il dolore riappare. Nel mio racconto tutti girano con le cuffie per ascoltare l’Ipod e per sentire le ultime informazioni, ogni istante.

L’informazione, appunto, è il tema principale.
Sì, ma non la buona o la cattiva informazione, l’informazione in quanto tale. Nel mio romanzo tutti lavorano nel mondo dell’informazione e quindi tutti ne fanno parte, contribuiscono a crearla. Le parole e le immagini sono diventate una barriera fra noi e la vita. L’informazione è uno degli strumenti più insidiosi della tecnica.

Fini ma vuole abbandonare la barricata e fare il romanziere?No. Questo libro mi ha permesso di trattare in un altro modo i temi classici della mia produzione. Non scriverò mai romanzi d’amore. Questo è il racconto di un uomo che è su un ramo di un albero e vede mentre lo stanno tagliando.

Nel suo libro il governatore del mondo è anche proprietario dell’unica testata giornalistica esistente. Non sarà mica Berlusconi?
Macchè! Il mio libro ha più a che fare con Eraclito che con Berlusconi. Non è assolutamente il premier, semmai almeno fisicamente somiglia di più a Scalfari. Ma non è nessuno dei due. Non c’è nessuna polemica nel mio libro. C’è solo qua e là qualche richiamo all’attualità. La mia tesi va oltre, io parlo della conoscenza che uccide se stessa.

Sbertuccia la società in generale quindi? Sì, al massimo c’è un discorso del governatore che in retrospettiva prende per il culo i talk show e certa nostra televisione.

Prima di chiudere l'intervista mi coglie un dubbio. Per sicurezza ricordo a Fini che l’articolo uscirà su un giornale on line. Insomma, roba di internet. Moderna. “Io non ce l’ho con la rete ma con l’informazione in generale”. Tiro un sospiro di sollievo ma lui riparte: “Certo quando comanderemo io e il Mullah Omar ti manderemo a lavorare nei campi”. Nei campi no, non sono il tipo, imploro. “Beh, allora ti toccherà fare il guerriero”. E scoppia in una risata. E’ fantascienza ma sembra un incubo.

Lisa Sotilis, una vita fra i colori


Milano - Un’esplosione di colori. Parlare, anche al telefono, con Lisa Sotilis è un’esperienza cromatica. Pareti dipinte con scene mitologiche, vestaglie colorate, gioielli, dipinti. E poi tutte le possibili nuances dell’essere artisti. Pittrice, scultrice, creatrice di gioielli e animatrice culturale. Nei favolosi settanta, ama ricordare, la sua casa milanese in via Dante era un cenacolo culturale. Catalizzava artisti da ogni parte del mondo. “Rudolf veniva da me a rilassarsi”, racconta con understatement la Sotilis, e il Rudolf in questione è Nureyev. Sarà l’origine greca, l’amore per il classico, la fascinazione per il colore, ma attraverso la Sotilis tutto diventa arte. Anche la sua vita. E’ stata l’unica assistente di Giorgio De Chirico e fino al 20 maggio è impegnata in una mostra a Urbino dedicata a lei e al grande scultore italiano.

Signora Sotilis, quale è stato il suo primo approccio con l’arte?
Il mio primo contatto con l’arte è stato precocissimo. Avrò avuto uno o due mesi. Mentre ero in braccio alle mie balie, ad Atene, mi distraevo sempre e cadevo. Ero attirata dalle vestaglie di mia mamma, dai loro colori e dai loro disegni. E ho iniziato subito a disegnare. Ero un enfant prodige. Mi avvolgevo con le vestaglie, giocavo coi colori. Non mi interessavano le bambole e i giochi.

La Grecia, una terra di sole e colori che non può averla lasciata inalterata.
Certo. I modelli e le visioni della classicità per me sono sempre stati fondanti. Gli auspici solari della mia terra sono stati fondamentali. Tutta l’ispirazione mediterranea, la Grecia, quindi, ma anche l’Italia, dove sono venuta per la prima volta a quindici anni. Una delle prime città che ho visitato è stata proprio Urbino, una città favolosa che mi ha trasmesso un’elettricità positiva.

Una carriera iniziata prestissimo, che ha incrociato i mostri sacri dell’arte del Ventesimo secolo.
Sì la mia carriera è iniziata molto presto e, in un certo senso, ho avuto la strada spianata. Già da piccola in Grecia ho vinto molti premi con le mie opere e poi a Berlino, a sedici anni, la svolta.

E una serie di incontri con uomini straordinari. Nureyev per esempio, per il quale ha anche disegnato dei gioielli.
Sì, Rudolph veniva spesso a casa mia a Milano. Era una persona molto particolare, sensibile. Dopo i suoi spettacoli amava venire da me per rilassarsi. Si metteva in pantofole, suonava il pianoforte, giocava coi miei molti cani. Una volta si è anche mascherato da Salomè, coi miei gioielli e i miei vestiti, e ha inscenato uno spettacolino atteggiandosi da diva. Era una persona eccezionale.

La sua dimora milanese era un ricettacolo di artisti.
Sì, erano gli anni settanta, un’esplosione di creatività e di energie positive. Sono passati tutti dalla mia casa in via Dante. Magritte era una persona di una modestia impressionante. Una volta a casa mia, con sua moglie Georgette, l’ho chiamato maestro e lui (la Sotilis inizia a riportare, parola per parola, il discorso di Magritte in perfetto francese. Nda) ha detto che l’unico artista che poteva fregiarsi di questo nome era Giorgio De Chirico. Si rende conto che persona modesta?

Sì, incredibile. Come tutta la sua vita e la sterminata aneddottistica. Mi parli di De Chirico. Lei è stata la sua unica assistente.
De Chirico era un persona fuori dalla norma. Di un umorismo incredibile che spesso non veniva capito. Scherzava sempre, ma lo faceva parlando sul serio e la gente non lo capiva. Era scherzosissimo. Per lui tutto era un gioco. Recitava sempre, indossava perennemente una maschera come quelle del teatro greco. E lui si stupiva del fatto che io ridessi delle sue dichiarazioni, che capissi quello che voleva realmente dire. Era un genio ed entrare nel suo mondo magico era concesso a pochi.

Come vi siete conosciuti?

Alla mostra di Berlino, nel 1965. Poi sono diventata la sua assistente. Giovanissima e unica assistente. Sì, nessuno poteva avvicinarsi alle sue opere, toccarle e vederle. Solo io. Era molto selettivo, rigoroso. Ho imparato molto da lui.

A questo punto ne approfitto. L’occasione è ghiotta. Mi parli di altri suoi incontri.

Bè, ero molto stimata anche da Salvador Dalì. Una persona originalissima. Mi aveva anche proposto di collaborare. Voleva fare dei gioielli con me.

E poi?

Non ho accettato, ero troppo giovane.

Ha rifiutato una collaborazione con Dalì?
Sì, lui era troppo famoso e io ero agli inizi non volevo cofirmare un’opera con lui. Non volevo approfittare della sua grandezza e della sua fama. Avrei dovuto collaborare anche con Andy Wahrol.

Si negò anche al guru della Pop Art?

No in quel caso la collaborazione non andò a buon fine a causa della sua prematura morte. Io e Andy eravamo molto amici, mi ha fatto dei ritratti e molte fotografie. Avremmo dovuto realizzare dei quadri con dei miei gioielli per il mercato giapponese.

Che tipo era?
Genialissimo e allo stesso tempo molto chiuso. Non era facile avvicinarlo, non legava facilmente. Era una persona molto originale, unica.

Lo sa che la sua è una vita straordinaria?
La mia è una vita normale. Per me è naturale vivere così. Magari per chi mi sta attorno è un po’ strano, ma io sono nata così.

Progetti per il futuro?

Tantissimi, sono ubriaca di progetti. Finita la mostra a Urbino devo andare in Giappone per cinque rassegne (dove stanno facendo un film su di me) e poi a Singapore e Hong Kong e poi tornerò in Giappone. La vita degli artisti è così.
da IlGiornale.it

giovedì 30 aprile 2009

Nessuno tocchi il panino. Lasciateci far "colazione" col kebab


Milano - Il rotolone che suda grasso e gira su se stesso come un derviscio, ormai ha colonizzato l’Occidente. Dove non è arrivata la parola del profeta c’è il kebab come baluardo dell’islamizzazione. Gustoso, speziato e sapido. Nessuno tocchi il panino. Un capodanno per i sensi e un cruciverba per la digestione. Calorico, certo, ma come tutto quello che nasce per essere consumato velocemente. Perché l’intingolo ottomano è, alla fine, la quintessenza dell’occidentalità. La versione politicamente corretta e un po’ terzomondista del famigerato Big Mac a stelle e strisce. Una battaglia culturale declinata in salsa gastronomica che si combatte nelle pance di tutti gli occidentali. E nessuno si è ancora cimentato in un “Supersize me” in versione arabeggiante, sennò chissà cosa avremmo visto.

Di notte lasciateci il kebab Ma fino alla settimana scorsa, prima che la regione Lombardia decidesse di stringere la morsa attorno ai cibi d’asporto, il kebab aveva un vantaggio. Almeno a Milano. I kebbabari sparpagliati qua e là per la città erano la mensa del popolo della notte. Lavati gli ultimi piatti nei ristoranti “regolari” per i tiratardi la scelta era obbligata: divorare il fagotto turco. Ai vampiri non rimaneva che affondare i denti nella speziata creatura nel Corno d'Oro. Poi, a spazzar via cipolle, salse con yogurt, aglio o peperoncino, ci avrebbero pensato tonnellate di citrosodina. Problemi della mattina seguente. Insomma, volenti o nolenti, l’unica certezza del nottambulo affamato era il kebab o, al massimo, gli episodici furgoni che dispensano panini con la salamella. E, fra le nebbie della Madonnina, doversi appellare ai minareti della Moschea Blu per riempire la pancia è un bel paradosso.

da IlGiornale.it

Alacqua, un antiquario in vacanza nel mondo del poker


San Remo - Piglio da gentlemen, sguardo abituato a intercettare bellezze, arte e cultura. Gino Alacqua è un professionista del poker. Ma si aggira fra i tavoli da poker come un mecenate in una galleria d’arte. Nessuno sponsor attaccato sul blezer blu, nessuno strano copricapo e bando agli occhiali da sole. Un dandy nel mondo del texas hold’em. Molto più italiano che texano. All’apparenza più adatto al tavolo di “Regalo di Natale” di Pupi Avati che a quello di Pokermania. Ma è solo una questione di apparenza. Bluffa anche in questo. Un’arte. Tutto inizia dai quadri. Ma non quelli del mazzo da 52 carte. Una vita da antiquario nella Milano bene, fra mobili, dipinti e statue. E poi il poker, sempre presente come un fiume carsico, salta fuori e diventa la professione.

Alacqua, quando ha preso in mano il primo mazzo?

Tanti anni fa. Subito dopo il militare ho iniziato a giocare al poker classico, quello con cinque carte. Poi alla fine degli anni ottanta sono passato alla teresina. Ci incontravamo settimanalmente a casa di amici e giocavamo.

Un divertissment insomma?
Si, assolutamente. Solo un passatempo Anche perché al momento si occupava di tutt’altro. Certo, ero un antiquario e restauratore con tanto di licenza. E una passione per il poker e lo chemin de fer.

E poi cosa succede? Come si passa da antiquario di successo a campione di poker?
Succede che a casa di alcuni amici scopro l’esistenza del poker alla texana

Colpo di fulmine?
Assolutamente no. All’inizio mi sembra un gioco piuttosto stupido. Mano dopo mano, però, mi convinco che invece è divertente e intrigante e inizio a giocare sempre più spesso ma sempre a livello amatoriale. Il giro di boa è a giugno del 2006…

Cosa succede?
Un amico mi porta al Casinò di Sanremo per giocare un po’. Ma io non sapevo assolutamente che ci fosse un torneo di Texas Hold’em. A quel punto mi iscrivo, la quota era di 1100 euro, e gioco. Ma senza alcuna pretesa. Invece alla fine vinco, arrivo fra i primi tre, e mi porto a casa un piatto da 26mila euro.

Niente male. Lo stipendio medio di un anno di lavoro. Le ha fatto cambiare idea?

Non è una questione economica. Poco dopo, attorno a me arrivano fotografi e giornalisti, finisco sulle prime pagine di blog e riviste specializzate. E mi chiedo “ma cos’è questa roba?”. Senza nemmeno rendermene conto mi sono classificato per il campionato italiano e così faccio le altre quattro tappe. E i cassettoni, gli armadi e i dipinti? Inizio ad avvicinarmi sempre di più al mondo del poker. Nel 2007 decido di fare una prova. Mi prendo un anno sabbatico e poco dopo chiudo il mio negozio.

Abbassa la saracinesca?

Sì ma solo quella, la licenza ce l’ho ancora. Ma sa, il mestiere dell’antiquario è fatto di pubbliche relazioni, cene, incontri. E’ fondamentale il rapporto di fiducia che si crea fra il venditore e l’acquirente. Dal momento che io, fisicamente, non potevo più seguire la mia attività, ho preferito abbassare la serranda. Per il momento.
Beh, in questo caso il fattore economico avrà avuto un suo peso. Si guadagna di più coi mobili o con le carte?
Certo col poker si guadagna ma solo se vinci, altrimenti è una fregatura. Per partecipare alle tappe di un Ept, giocando da Novembre a Maggio, si spendono dai 75 agli 80mila euro. Non si finisce sotto solo se si arriva almeno a un tavolo finale, altrimenti sono più le spese che le entrate.

E quindi inizia a vincere seriamente…

Sì, mi sono sempre posto un limite: quando smetto di vincere, quando non ottengo più traguardi soddisfacenti torno a fare il mio mestiere. Nel 2007 a luglio ho vinto il main event a Campione d’Italia, nello stesso anno sono arrivato secondo all’Ept di Praga vincendo un piatto da 460mila euro e il 30 dicembre ho vinto un altro main event a Campione diventando, per risultati ottenuti, il miglior giocatore italiano nel mondo. Così rinnovo l’anno sabbatico per il 2008, altro anno di grandi vittorie e, a questo punto, ci riprovo col 2009. Che è già partito bene, a oggi, mi sono già seduto a quattro tavoli finali.

Alacqua, la sua è una biografia interessante e piuttosto unica nel panorama pokeristico. Ma c’è qualche punto di unione fra le sue due professioni?

Forse sì. Quando facevo l’antiquario dovevo sforzarmi di intuire se un quadro piacesse veramente al cliente che avevo davanti. Ora devo capire se la persona che è al tavolo con me bluffa o ha veramente delle buone carte da giocare.

Qual è la soddisfazione più bella di un giocatore?

Per me l’emozione più forte è quando dopo una bellissima mano, ti accorgi che i tuoi avversari non avevano capito quanto eri forte, quello che avevi in mano. E quindi li hai presi per il naso. Giocare bene è una soddisfazione e una grandissima gioia. Stessa emozione la si prova quando si vince con un grande bluff, quando al contrario in mano si aveva molto poco.

E se mi servisse un quadro?

Prima o poi riapro. Appena inizio a perdere interrompo il periodo sabbatico. Alla fine è come se fossi in vacanza nel mondo del poker.

(foto di Marco Brambilla)

da IlGiornale.it

mercoledì 22 aprile 2009

Sanremo fa "all in": capitale del poker



nostro inviato a Sanremo


Sanremo città dei fiori. Ma anche dei quadri, dei picche e dei cuori. La cittadina rivierasca ormai può appuntarsi all'occhiello anche il primato di capitale europea del poker. Dal 18 al 23 aprile fa tappa in Liguria lo European Poker Tour di PokerStars.it. Millecentosettantotto pokeristi, professionisti e appassionatim, arrivati da tutto il mondo, per contendersi un montepremi che supera i 5 milioni di euro. Un milione e mezzo finisce direttamente nel portafogli del primo classificato. E sono tutti pronti, con cappellini, sciarpe e occhiali da sole. (Guarda il servizio di StudioAperto)

Facce da pokeristi
Oggi il Texas hold'em è il poker più giocato in tutto il mondo. Semplice, divertente e di moda. Il salone del Casinò di San Remo è invaso da un migliaio di appassionati. Facce da Texas Hold'em. Giovani e anziani, donne e uomini. Cappellini variopinti, auricolari, occhiali da sole per non tradire lo stupore davanti a una mano fortunata. Facce strappate a sceneggiature. Ognuno con una particolare liturgia scaramantica. Una geografia umana varia e pittoresca, che non delude le aspettative televisive. E ci trovi tutti. Dal mancato farmacista all'ex mercante d'arte. Ma facciamo un passo indietro.

"Sportivo? Sì gioco a poker" Un lampadario che scende basso su un tavolo verde mentre si alzano nubi di fumo e tintinna il ghiaccio nei bicchieri pieni di whisky. Per anni il poker è stato solo questo, almeno nell'immaginario. Un vizio, alla stregua di alcol e tabacco. C'erano il calcolo, la psicologia e la strategia, certo, ma finiva sempre per rimanere chiuso nel recinto dei giochi d'azzardo. Niente a che vedere con lo sport.

Il poker col cappello da cowboy Poi arriva il Texas hold'em e cambia tutto. Si gioca con un mazzo da cinquantadue carte francesi, due carte per ogni giocatore e cinque comuni scoperte sul tavolo. E, almeno il tavolo, rimane sempre dello stesso colore: verde. Una versione diversa dal poker classico, quello col ventaglio di carte in mano, cugina della teresina ma molto più spettacolare. E, infatti, in breve tempo il poker si sposta dai retrobottega dei Bar sport direttamente agli studi televisivi. E inizia la mitopoiesi.

da IlGiornale.it

venerdì 3 aprile 2009

Che fine ha fatto Carmelo Bene?


Milano - Sette anni fa si spegneva la parabola teatrale di Carmelo Bene. Sette anni in cui la cavea della grande e folle "macchina attoriale" è rimasta semivuota. Qualche pagina web in sua memoria, una manciata di video su Youtube delle sue memorabili comparsate televisive e qualche libro. Una vita controversa, sbilenca e geniale, quella di Bene, vissuta nell'acme dell'invettiva, ossessionata dalla destrutturazione e dallo sconvolgimento delle masse. Inaudito e antidemocratico, innovativo e coltissimo. Non poteva che essere frainteso. Non poteva che dividere la platea. Per qualcuno un genio assoluto, il più grande attore del 900, per altri un ciarlatano, millantatore di culture inesistenti e squartatore di testi sacri. Pornografico e blasfemo.

Genio degenere Carmelo Bene era parlato, recitava, i testi e se stesso, come posseduto da un demone inarrestabile. Il degenere, nel teatro beniano, era l'unico modo possibile di interpretare i copioni marciando sui luoghi comuni dell'interpretazione teatrale. Un viaggio all'interno della recitazione che lo porterà a cimentarsi coi testi classici per squartarli e poi ricucirli, imbottiti della sua interpretazione. Fino ad arrivare alla fase "concertistica" della sua carriera. Le interpretazioni magistrali declamate davanti a grandi platee, modulando e amplificando la voce. Nel 1981, con la Lectura Dantis dalla Torre degli Asinelli di Bologna, porterà i canti della Divina Commedia davanti ad un pubblico di oltre centomila persone.

La parentesi cinematografica E poi l'esperienza cinematografica, breve e rivoluzionaria. A partire da Nostra signora dei turchi film choc, girato con pochi spiccioli, fuori da ogni logica cinematografica. Film "inguardabile" che strapperà anche il premio speciale della Giuria del Festival di Venezia ma provocherà tumulti nella sale e fra i critici. Poi Capricci nel 1969, Don Giovanni del 1971, Salomè e Un Amleto di meno (del 1973). E qui si perdono le orme degli sperimenti beniani con la settima arte. Nonostante le richieste di fan e critici (Enrico Ghezzi fra tutti) non si cimenterà più con la pellicola e abbandonerà "la pattumiera di tutte le arti" (come chiamò il cinema nel libro intervista con Giancarlo Dotto).

Cinema, teatro e vita Il personaggio CB scompare nel marzo del 2002. Alle sue spalle mari d'inchiostro, detrattori e aspiranti agiografi. Fra i critici, da lui appellati - nei momenti migliori - parvenu, i più grandi estimatori della sua opera rimangono Gilles Deleuze e Pierre Klossowski, che proveranno a studiare e sezionare l'arte beniana. Sarà proprio la Francia, infatti, a tributargli i massimi riconoscimenti e a nominarlo "chevalier des lettres e des arts".

Da Dante a Maurizio Costanzo Rimangono, per i più giovani, le provocatorie comparsate al Maurizio Costanzo Show, appendici catodiche di una cometa che stava per spegnersi. Arte travestita da follia che testimonia una vita bruciata fra eccessi di ogni tipo, vissuti e sbandierati come pezzi di copione, letti "gremiti di donne", eccessi di alcol, droga e violenza per poi tornare, sempre, allo stupefacente teatro. E ora sembra scomparso. Ma forse, benianamente, non è mai esistito.

da
IlGiornale.it

domenica 15 marzo 2009

Quindici anni fa l'ultimo drink di Bukowski, cronista della vita e degli eccessi

Milano - Corse di cavalli, scommesse, soldi accartocciati in tasca, posaceneri colmi, sigarette pencolanti, prostitute e bevute epiche. E una macchina da scrivere, per pettinare, organizzare e consegnare pensieri racconti e deliri al lettore. Un mondo visto attraverso il fondo appiccicoso di un bicchiere vuoto, scomposto e scrostato dallo sguardo liquido di Hank. Rabdomantico, ma al tempo stesso nitido e caustico. Sono quindici anni che Bukowski ha smesso di fare tutto questo e poi raccontarcelo, era il 9 marzo del 1994. Un viaggio al termine del lato rancido del sogno americano, costeggiando un mondo di risvegli confusi in letti sconosciuti, visioni psichedeliche senza bisogno della psichedelia, giornate infinite da flaneur disoccupato, corse a bordo di Bmw nere e un carotaggio di umanità sterminata. E poi sesso, tanto sesso, fatto, detto e raccontato. Da vecchio sporcaccione.

Vita on the road A vent'anni, come Dean Moriarty, inizia un grand tour in negativo per gli States passando lungo una lunga serie di lavori saltuari: da New Orleans a San Francisco, a St. Louis, soggiornando in una pensione-bordello di tagliagole filippini, facendo il lavapiatti, il posteggiatore, il facchino, dormendo sulle panchine dei parchi pubblici, e finendo anche in prigione.

Successo a cinquant'anni Il succeso travolgerà "Hank" solo alla fine degli anni sessanta, a quasi cinquant'anni. Bukowski conosce John Martin, manager e appassionato di letteratura, amante delle sua opera al punto da proporgli di lasciare l’impiego che aveva all’ufficio postale per dedicarsi alla scrittura. A finanziarlo sarebbe stato lo stesso Martin, tramite un assegno periodico quale anticipo sui diritti d’autore e impegnandosi a promuovere e a commercializzare le sue opere. Bukowski accetta e da quel momento il suo successo è senza freni: Martin fonda la Black Sparrow Press, ripromettendosi di pubblicare tutte le opere di Bukowski e conquistando l’Europa.

Hamsun e Fante fra i preferiti Anarchico e ribelle, claustrofobico nei confronti di qualunque imballaggio intellettuale, Hank si lascerà influenzare da scrittori scomodi un po fané. In più opere, spuntano qua e là, rimandi, citazioni e ambientazioni alle opere del norvegese Knut Hamsun (Fame e Un vagabondo suono in sordina in particolare). E giù, da Hamsun fino all'amato e ammirato John Fante di Chiedi alla polvere: "Le parole scorrevano con facilità in un flusso ininterrotto. Ognuna aveva la sua energia ed era seguita da una simile… Ecco finalmente uno scrittore che non aveva paura delle emozioni. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con una straordinaria semplicità… Dopo andai alla ricerca di tutte le sue opere, erano dello stesso tipo, scritti con le viscere, con il cuore per il cuore. Fante ha avuto una grande influenza su di me. Era il mio Dio. Poi l’ho conosciuto. Nel suo caso, linguaggio e personalità coincidono: entrambi sono forti, buoni e caldi".

Fra beat e hippy "Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle". Una vita cesellata come un racconto. Vissuta come un libro e scomposta come una pagina bianca sporcata da una manciata di caratteri. Un poeta maledetto made in Usa, pronto a surfare l'onda acida del sogno americano, fra hippy, beat e contestatori. Un viaggio di libertà ed evasione. Quando anche gli Stati Uniti riscoprono il loro poeta maledetto inizia il periodo dei reading poetici, odiati profondamente da Bukowski, ma causa del suo incontro nel 1976 con Linda Lee, l’unica donna capace di placare il suo impulso autodistruttivo e sua sposa nel 1985.

Il conto di una vita di eccessi arriva a 73 anni Gli ultimi anni di vita li trascorre in grande serenità spirituale ed economica. Il vecchio Hank, diventa un guru che catalizza giovani, scrittori, poeti e cantanti. Un vecchio saggio, un mito che finisce sugli armadi dei ragazzini, nell'inferno dei poeti maledetti. La solita noia del successo. Morirà di leucemia fulminante il 9 marzo 1994 nell'ospedale di San Pedro in California, all’età di 73 anni, poco dopo aver terminato il suo ultimo romanzo, "Pulp". Tra le sue ultime parole, diventate celebri, ha detto alla morte: "Ti ho dato tante di quelle occasioni che avresti dovuto portarmi via parecchio tempo fa. Vorrei essere sepolto vicino all’ippodromo... per sentire la volata sulla dirittura d’arrivo".


da IlGiornale.it